Cinque gocce di Opium

Prima di raccontarvi questa storia devo fare una premessa obbligatoria:

"Cinque gocce di Opium", su esplicito consenso di Sarah Flint e di chi ne detiene i diritti di pubblicazione, è un'opera letteraria distribuita sotto licenza CC BY-NC-ND.

"Aura Sonora" viene aggiornato senza alcuna periodicità e la frequenza dei post non è prestabilita; non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale o una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. I contenuti di questo Weblog rappresentano il punto di vista degli autori, fatto salvo citazioni regolarmente attribuite a terzi.

Le opere qui proposte sono di proprietà degli autori e tutelate ai sensi della Legge sul diritto d'autore del 22/04/1941 n° 633, G.U. 16/07/1941 e successive modifiche apportate dal D. Lgs. 15 gennaio 2016, n. 8.

  • Livio Amato è collaboratore, ma non autore, di questo weblog: gli eventuali collegamenti e rimandi a pagine/siti esterni e la sua stessa presenza su queste pagine è motivata da esplicita concessione.


  • Sarah Flint è collaboratrice, ma non autrice, di questo weblog: gli eventuali collegamenti e rimandi a pagine/siti esterni e la sua stessa presenza su queste pagine è motivata da esplicita concessione.


  • Emilio Gallo è collaboratore, ma non autore, di questo weblog: gli eventuali collegamenti e rimandi a pagine/siti esterni e la sua stessa presenza su queste pagine è motivata da esplicita concessione.


Emma Scinica
("The author")




CINQUE GOCCE DI OPIUM


"C’è un solo tipo di trasgressione che può privare una coppia della propria relazione, della felicità e dell’identità: un’avventura. L’adulterio esiste da che è stato inventato il matrimonio, ed anche il tabù che lo riguarda. Infatti, l’infedeltà ha una tenacia che il matrimonio le può soltanto invidiare, al punto che questo è l’unico comandamento che viene ripetuto due volte nella Bibbia: una volta per l’azione e una volta per l’intenzione. Così, come conciliamo ciò che è universalmente proibito e tuttavia universalmente praticato? Questa è una definizione che mi piace di cosa sia un’avventura, riunisce tre elementi chiave: una relazione segreta, che è l’essenza di un’avventura; un legame in varia misura emotivo; e un’alchimia sessuale. Qui la parola chiave è alchimia, perché il brivido erotico è tale che il bacio che stai soltanto immaginando di dare può essere forte e seducente come ore e ore passate a fare l’amore. Come disse Marcel Proust, è la nostra immaginazione la causa dell’amore, non l’altra persona. Quando cerchiamo lo sguardo di un altro non è sempre al nostro partner che voltiamo le spalle, ma alla persona che siamo diventati. Non stiamo cercando tanto un’altra persona, quanto stiamo cercando un altro noi stessi. Contrariamente a quanto si possa pensare, le avventure hanno poco a che fare con il sesso e molto di più con il desiderio: desiderio di attenzione, desiderio di sentirsi speciali, desiderio di sentirsi importanti. La struttura precisa di un’avventura, il fatto che non potrete mai avere il vostro amante, vi porta a volerlo. È di per sé stesso una macchina del desiderio, perché l’incompletezza, l’ambiguità, ti fanno volere quello che non puoi avere. Come si guarisce da un’avventura? Il desiderio è profondo. Il tradimento è profondo. Ma può essere curato. Alcune storie sono le campane a morto per relazioni che stanno già avvizzendo. Ma altre ci daranno la scossa per nuove possibilità. Il fatto è che la maggior parte delle coppie che hanno provato il tradimento, restano insieme. Ma alcune di queste si limiteranno a sopravvivere, mentre altre saranno davvero in grado di trasformare la crisi in un’opportunità. Saranno in grado di trasformarla in una esperienza di crescita."



A WHOLE STORY




... Lei gli regalò molto di sé, ma ancor di più gli regalò qualcosa che in lui era morta da tempo: l’autostima, un’entità che risiedeva nel buio delle sue paure dovute alle non poche delusioni subite in amore, prima tra tutte dalla sua compagna, sua moglie; con lei, invece, l'autostima emergeva scherzosa e lecita, vera e carica di energia. Con lei al suo fianco si sentiva più giovane di vent’anni e poteva affermare che era stata in grado di riflettere questa realtà anche sul suo corpo, non solo sullo spirito: nel momento in cui lei se ne andò per lui iniziò il processo inverso, iniziò a soffrire nuove patologie, a passare giorni e giorni senza guardarsi allo specchio … si ridusse ad avere pochi vestiti e fu un peso provarne di nuovi davanti agli specchi nei camerini. Anche il sesso non fu più lo stesso. Anzi, non fu più.


Lei descritta da lui ... brevi pensieri:
  • L'accento fortemente anglofono dava, effettivamente, una cadenza fastidiosa ai suoi brevi discorsi, ma il tono della sua voce nasale accresceva la tenerezza che lui provava nei confronti di lei...
  • Le sue caratteristiche migliori risiedevano nella capacità di dar vita ai sogni e di generarne sempre di nuovi. Lui non sapeva perché mai lei si prestasse in certe cose o quanto, invece, desiderasse farle. C'era una sintonia che riempiva entrambi, non c'era bisogno di parlare. Lei lo guardava affacciata alla finestra del suo sguardo, con un piglio melanconico che si deve a chi aspetta: riflessiva, assorta, ispirata. Poi apriva la bocca ed emetteva un’idea, un altro sogno. Lui ha adorato questa sua caratteristica e il tepore della sua presenza si riflette ancora oggi in immagini e odori, brevi momenti rubati alla pulizia del tempo, scorci di marciapiedi coperti di foglie bagnate di pioggia, panchine bagnate sulle quali non ci si può sedere, tavolini di bar coperti dal sole e difesi dai dehor estivi, riflessi dei lampioni sul nero del grande suv di lei, l’aria frizzante dei pomeriggi innevati o sotto la luna sul suo terrazzo dal panorama di una bellezza commovente.
  • Il suono veloce e ordinato dei suoi passi, quelli di lui che cercano di starle dietro … “io non ho un cuore così sano, devi darmi tempo ... io non ho un amore così libero, devi starmi vicina ..." allora lei gli si avvicinava, si sedevano, gli stringeva le mani con le dita lunghe e fredde, in grado di avvinghiarsi come un rampicante, come un ramo di glicine. E’ sempre stato un turbinio di profumi, emozioni e sensazioni così forti da sentire, ogni volta, di poter perdere i sensi.
  • Lei amava le lenzuola bianche e profumate, aveva un aspetto poco inglese da questo punto di vista: in estate le cambiava anche due volte la settimana. Aveva continuamente roba da stirare: se lui andava da lei, prima doveva aiutarla a piegare le lenzuola, mettere via lo stendibiancheria, riporre l’asse e la vaporella da stiro ... Sovente gli chiese anche di passarle il battitappeto perché, da buona inglese (questa volta sì) si era fatta moquettare tutte le stanze, esclusa cucina e bagno, e aveva tappezzato con una carta che, sicuramente, si portò dall'Inghilterra (non era difficile crederlo solo a guardarsi).
  • Lei faceva la doccia due volte al giorno, mattino e sera, ma preferiva il bagno; si lavava i denti tre volte al giorno per cinque minuti, tra spazzolino, filo interdentale e collutorio. Lei non aveva una sola macchia nei denti, non beveva tanto caffè ed anche poco tea, giusto earl grey con uno spruzzo di latte, ma circa la vodka-frutta e la birra ...
  • Lei amava la pasta e gli antipasti di verdura, la frutta e i dolci, che preparava da sé con tutta l’arte di Maria Rosa Bertolini (quella della pubblicità del lievito), ma amava, in particolare, la sfogliatella alla Nutella, quella della "pasticceria all'angolo."
  • Lei era pudica, ma era solita chiamarlo a prenderle qualcosa in bagno e si faceva trovare nuda.
  • Diventò vegetariana dopo aver visto uccidere un agnello per il pranzo di Pasqua 2010. 
  • Collaborò con Tele città per la Video Delta Production.
  • Pianse a Natale 2011 prima di partire una settimana per Nottingham per poi rientrare con tre giorni di anticipo; avrebbe voluto portarlo con sé la notte prima e tornarsene a casa la mattina dopo.
  • Una volta lo portò in un posto non distante da casa sua: lui guardava il suo viso corrugato da qualcosa che temeva, le mani nervose sul pomello del cambio automatico compiere evoluzioni con le unghie color carne, occhi sbarrati che non lo ricambiavano con lo sguardo. Il rumore della ghiaia sotto le gomme lo associò al rumore dell’addio, e ci poteva anche stare: producevano uno scricchiolio sinistro. “Tra una settimana vado via, torno a casa" ... "Next week I’ll come back home ... to London". E ad una come lei puoi mica chiedere il perché delle sue decisioni: è una domanda che prenderebbe come un rimprovero e si arrabbierebbe molto. Quando lei decide, si fa quello che dice. “Scendi, voglio parlare”. “Non voglio farti del male restando qui”. E poi “il mio lavoro si è concluso, non ho più niente per mantenermi, capisci?”. Lui Capiva. Capiva che gli stava strappando il cuore con quelle stesse mani con cui l’aveva scaldato solo qualche giorno prima. Ma lei era così: tutto e l’esatto contrario di tutto, sincera e bugiarda, elegante e trasandata, gentile e scorbutica. Avrebbe potuto andare avanti ore ad elencare vizi e virtù di questo essere meraviglioso per finire, comunque, in completa parità.
  • Lei non aveva una costante: se il giorno prima gli chiese di seguirla in Inghilterra, il giorno dopo gli diede un calcio. Forse a lui uscì una lacrima, forse si lasciò andare ad una smorfia che sanciva la sua rassegnazione perché lo abbracciò tra le maniche di pelle del suo giubbetto color senape e pianse sul suo collo un pianto disperato che non poteva essere finto, almeno non quello.
  • Non gli disse mai la verità su quanto sentisse davvero per lui, gli disse di rado frasi come “ti amo” o “ti voglio bene”, oppure “mi manchi” o “mi mancherai”, ma solo “lo sai, vero?”. Lo sapeva, lo leggeva nel suo modo di guardarlo negli occhi e passava quei momenti, in cui avrebbe voluto amarla lì, così, all'istante, a chiedersi, invece, come fosse possibile, ammesso che fosse tutto reale: con lei sembrava di essere a Disneyland … avrebbe potuto essere una Fata Morgana e sparire appena avesse cercato di sfiorarla.
  • Iniziò a preoccuparlo (e a maledirsi per averla assecondata in questo) il fatto di aver ubbidito al suo non voler fare foto insieme: quando sarebbe andata via, non avrebbe avuto il conforto di una foto, e allora sarebbe tornato in quel luogo a respirare la stessa aria di quel pomeriggio senza di lei e avrebbe compreso che niente al mondo l’avrebbe riportata lì.
  • Passavano quelle due o tre ore pomeridiane in cui potevano incontrarsi, lei permettendo, in contemplazione più di loro stessi che reciprocamente l'uno dell'altro. Lui con un suo unico perché, quello che gli imponeva la ricerca del modo con cui smacchiare lei dai suoi giorni, e lei con il pensiero altrove, presumibilmente a pianificare la sua prossima vita inglese nel cottage di famiglia, perché è lì che avrebbe ritrovato l'indipendenza che cercava.
  • Un giorno gli scrisse una lettera in perfetto italiano (per mano di Emma, lo seppe in un secondo tempo), scritta a penna, nella quale elencava pressappoco una serie di motivi che giustificavano il fatto che se ne sarebbe andata:

"Vorrei restituirti quei mille sorrisi, quei mille abbracci, quei mille baci.. vorrei dirti tutte quelle parole che ho nascosto anche a me stessa troppe volte.. vorrei spiegarti il perché di tante cose, ma a volte il senso di quello che faccio non lo so spiegare neanche a me stessa.. sono un’anima instabile tormentata da mille emozioni diverse e contrastanti fra di loro ogni minuto: sto bene, sto male, piango, rido.. e poi? Rimane il vuoto qui nel mio petto.. e poi ci sono quelle notti in cui non riesco a dormire perché ho un costante peso sul cuore che mi schiaccia.. mi sai dire cos'è?? Sono tante le cose che posso cercare di spiegarti, ma a cui non posso dare una risposta.. e a cui tu non puoi dare una risposta! A cosa serve parlartene? Forse il tutto cambierà?.. ma perché angosciarti, perché farti carico di ciò che mi tormenta? Questo non si supera in due, non è qualcosa che si può condividere..per questo ti allontano prima da me, prima che la mia malinconia possa inghiottirti, prima che i miei pianti echeggino nella tua anima, prima che tu mi veda allontanarmi sempre più. Questo non è il mio mondo. Il mondo dove vivi tu non ha un posto per me! E le lacrime non valgono il giusto prezzo per pagare la mia entrata là. Devo cercare il mio giusto equilibrio, il mio posto, me stessa! Non so dove lo farò, so solo che non sarà qui. Devo trovare un significato alla mia vita e non mi basta un grande amore.. Ho bisogno di altro per ritrovarmi, ho bisogno di qualcosa che non so.. e forse quando troverò la mia isola che non c’è potrò dire di non aver cercato invano.. e avrò ottenuto tutto quello che la mia anima voleva.. e solo allora potrò sentirmi in pace con me stessa e pagare finalmente l’entrata nel mondo della felicità."

  • Asettica, mai propensa a dichiarare una qualsiasi forma di sentimento, anche solo sensazione, nei suoi confronti. Forse è la cosa che gli è mancata di più: un suo "ti voglio bene". Non ne era capace. In quella lettera scrisse che se ne sarebbe andata per non fare terra bruciata intorno a sé. Ma gliela diede da leggere con una lacrima tenuta a stento, e forse lui capì che avrebbe voluto dirgli altre cose. E lui ha sempre empaticamente condiviso il suo tormento, cercando di placarlo dandole l'unica ragione che riusciva a dare anche a sé stesso sul perché dovesse assolutamente andare via da lui: i suoi diciotto anni in più avrebbero fatto una catastrofe di due vite, non solo della sua. In più lui non stava più bene come prima: lasciando da parte i danni fisici, la depressione si era insinuata al punto di sostituire completamente la felicità dei momenti in cui riusciva a vederla: sentiva l’imbarazzo della certezza che tutto stava finendo, più della felicità sbarazzina ed intensa del “qui e ora” che si erano giurati di vivere. Forse iniziava, lento e inesorabile, il precipitare verso il fondo.
  • Il loro non è stato un percorso veloce: la musica, la confidenza, l'amicizia, quel briciolo di sentimento e la reciprocità istintiva che erano nate tra di loro ci misero mesi per portarsi a compimento; c'erano continue demolizioni in atto, lei diventava snob e presuntuosa al tavolo di Chiara, poi fredda e saccente nel salotto di Beppe, dolce e tenera sulla panchina del viale. La Papessa, The Priestess, sempre altera, seduta sullo scranno dei potenti.
  • Lui adorava guardarla lavorare, qualunque cosa facesse: ostentava sicurezza, conoscenza, coerenza, immaginazione, intelligenza, volontà, spirito di sacrificio, impegno, bandiva ogni distrazione, serietà assoluta. Talvolta lo metteva a disagio, lui non era così. Forse lui non prendeva mai le cose troppo sul serio, ma lei era davvero troppo il suo opposto. Una sera (della quale conservò una foto rubata a quota tovaglia e da dietro il bicchiere del vino) in un ristorante delle poche cene insieme, in una sera afosa di tardo settembre, di zanzare che non mollano, ma con un vago sentore d'autunno nell'aria, ad iniziare "dal buio presto", in mezzo a tanta poesia, lei non fece altro che parlare di cosa avrebbero dovuto fare, come avrebbero dovuto muoversi per il lavoro in corso.
  • Quando esponeva i suoi pensieri, lei non lo guardava negli occhi: fissava dei punti distanti nello spazio che aveva intorno e, più ce n'era più ci si allontanava. Ineffabile, inafferrabile. Questo era lei.
  • Era molto bella ... forse ultimamente troppo magra; forse i suoi denti superiori sporgevano troppo (anche se lui trovava che le dessero un aspetto simpatico, tutt'altro che ridicolo), forse i suoi occhi erano di un grigio troppo chiaro (erano inguardabili, di notte: facevano quasi paura) e solo al sole mostravano un anello nero di contorno all'iride chiarissima. Grandi, profondi, sempre un po' arrossati ma, quando non lo erano, avevano la cornea più celeste che lui avesse mai visto. Forse il suo naso era un po' appariscente, e le sue mani troppo lunghe e ossute e le orecchie avrebbero dovuto essere più femminili ... non aveva proprio un corpo bellissimo , ma aveva un sorriso affascinante ed ammaliante: nessuno le sfuggiva.
  • Lui aveva sempre creduto che il gioco sarebbe finito la sera in cui, a rispondere al suo numero, ci sarebbe stata la signorina Vodafone. Invece, molto più banalmente, è stato come tutte le volte che qualcosa finisce per eutanasia: uno dei due rimane fermo a guardare l'altro che si allontana di spalle, chiedendosi come mai. Forse buona parte del suo fascino era dovuto al fatto che sembrava parte integrante dei luoghi in cui si incontravano; sembrava essere inscindibile dai luoghi stessi così che, tornandoci in ogni quando, ce l'avrebbe trovata ad aspettarlo. E così fece, inutilmente, per molto tempo; quello stesso tempo che, ancora oggi, non è riuscito a radere al suolo i castelli di carta che costruirono nel concepire il loro amore.


Lui descritto da lei ... brevi pensieri:
  • Il suo fascino maggiore scaturiva nel momento in cui era assorto e diventava impenetrabile; lei avrebbe voluto strappargli qualche verità, qualche pensiero. In cambio lui le lanciava degli sguardi che la trascinavano direttamente nelle tenebre della notte più profonda che si possa immaginare: i suoi occhi neri sembravano leggerle l'anima, strapparle ogni verità, leggerle ogni pensiero.
  • Lei aveva imparato ad amare il suo fascino e non solo, ma non glielo disse mai con certezza assoluta ... forse neppure lei fu così sicura dei suoi sentimenti eppure, quando non si faceva vivo per giorni ed inevitabilmente non riuscivano a vedersi o sentirsi, lei sentiva un disagio doloroso allo stomaco, una frenesia che l'avrebbe indotta a cercarlo, se non avesse sempre peccato di eccessivo buon senso: percepiva la delicatezza della situazione in cui l'aveva cacciato proprio lei, perché riconosceva per grandi linee almeno i suoi errori: se lei l'avesse lasciato perdere, anziché volergli dimostrare a tutti i costi di essere rimasta affascinata da quell'uomo sposato con figli, probabilmente, la cosa sarebbe finita sul nascere, non avrebbe portato entrambi sull'orlo di un precipizio insidioso al punto tale da non concedergli di viversi con serenità e completezza.
  • E se agli inizi della loro storia lui sembrava essere la vela ed il timone della povera barchetta su cui erano saliti, in realtà perse molto in fretta la lucidità del comando: si fece prendere al punto che non riusciva a vivere un solo attimo senza nominarla a se stesso, senza cercare ovunque appigli che riconducessero a lei ed alla loro storia.
  • Lui non aveva un corpo interessante, dal punto di vista di lei che amava i fisici asciutti, ma aveva imparato ad amare i segni delle sue battaglie, amava la sua auto ironia, amava il tocco delicato delle sue mani, improprio per la loro dimensione, amava la sua voce pacata e cupa, quasi una tranquillizzante ninna nanna; però amava addormentarsi, dopo l'amore, con la testa sul suo petto, e accarezzargli le spalle larghe e possenti: le piaceva la sensazione di protezione che provava quando lui la stringeva a sé, ma presto capì che la sua era una necessità legata alla figura mancante di suo padre e ne ebbe la certezza quando, improvvisamente, il padre morì e lei, d'istinto, iniziò a sentire di non poter più fare a meno della sua presenza nella sua vita, una presa di coscienza pericolosa per una situazione come la loro.
  • A lei è sempre piaciuto l'amore, che facevano di rado, ma sembrava che lo facessero da sempre: due amanti con un'intesa perfetta. Lui la precedeva nelle sue necessità e fantasie, ed era sempre il fulcro dei suoi pensieri: pensava a sè stesso nella misura in cui la soddisfazione sessuale di lei fosse servita; mai prima di lei, mai un atto di egoismo, sempre maschio al punto giusto, delicato e dolce al punto giusto ... un amante perfetto, almeno per il grado di esperienza di lei che, se anche poteva sembrare vissuta e spregiudicata, in realtà nascondeva non pochi blocchi dal punto di vista sessuale. Ma con un amante esperto e più grande di lei, come lui era, ebbe la cura di cui era alla ricerca e guarì dai suoi blocchi così in fretta che l'erotismo tra loro divenne un'ossessione alla quale facevano capo tutti i discorsi, tutti i minuti che passavano insieme, quasi non ci fosse nient'altro al mondo che il poter entrare uno dentro l'altro, come per nascondersi, e così rimanere finché avessero avuto fiato.
  • Lui aveva un fastidioso vizio del fumo che lei non concepiva e che si imponeva di sopportare in nome di quell'amore che non voleva confessare neppure a sé stessa. Quando lui usciva a fumare, lei cercava di precederlo per impedirgli in qualsiasi modo di accendere l'ennesima sigaretta. Ottenne molto, però, da lui: riuscì a fare in modo che lui, spontaneamente, non fumasse mai più in sua presenza; fu uno sforzo molto grande, per lui, fingere di aver smesso di fumare e gli toccò la prova più dura le volte in cui decisero di passare una settimana o qualche giorno insieme e lui inscenò il trucchetto delle trasferte improvvise: non toccò una sigaretta per giorni e giorni, neppure di nascosto. Ma quando salì in macchina le sere del ritorno, alla fine delle loro fughe, il primo pensiero era fare velocemente la prima curva, rendersi invisibile a lei che lo seguiva fin sotto, in strada, per salutarlo ed accenderne una. Perse più di un'occasione per smettere ... ci riuscì più avanti e per forza di cose ...
  • Lui amava i dolci ma, in una sorta di tentativo di compiacerla, fingeva non fosse così. Anche in questo caso ripiegò sulla realtà nel momento in cui dovette esprimersi dopo aver assaggiato una fetta di una famosa torta al cioccolato che lei gli fece per festeggiare la sua prima "trasferta" con lei: una settimana insieme richiedeva un minimo di cerimoniale di apertura e ringraziamento! La sua chocolate cake finì in due giorni, e lui non poté fare a meno di confessare la sua naturale inclinazione verso i dolci ed il fatto che fosse la prima volta in assoluto in cui una donna che non fosse sua madre facesse una torta per lui: sua moglie non cucinava, tanto meno i dolci...
  • Lui era una persona estremamente pulita, mai capelli in disordine, mai indumenti sporchi o odorosi per il troppo indossarli senza lavarli, mai barba incolta, specie quando la portava più lunga, sempre un tocco di profumo, sempre lo stesso. Ed in questo si somigliavano parecchio, perché anche lei ne usava uno solo: era una parte di entrambi, un biglietto da visita che parlava anche della loro personalità: lui ombroso e crepuscolare, il ritratto di un tardo pomeriggio di pioggia; lei dolce, incisiva e adulta, molto più di quanto la sua età avrebbe permesso di essere se non avesse incontrato lui.
  • Se lui rappresentò per lei un surrogato della figura paterna, assente già tempo prima della sua morte per via della separazione dalla madre, lei rappresentò il rifugio di un uomo che tentava in tutti i modi di scappare da una realtà che riconduceva sempre allo stesso punto: lui non scappava dalla moglie o dalla vita che l'aveva deluso, ma piuttosto da sè stesso, da quello che era diventato. E lei era diventata il suo scopo, oltre che la causa di tutto. Era debole, da questo punto di vista, non seppe mai prendere la fatidica decisione e rimanere con lei. Forse la amava solo così, diversamente le sarebbe venuta a noia e, quando questi pensieri gli oscuravano l'umore, non sapeva se temere di più lo scoprirsi indifferente a lei o temere che fosse lei a scoprire di non amarlo più. C'era già passato, un film che lo avrebbe fatto piangere anche riguardandolo cento volte. Infatti tutte le volte pianse, anche se con lei piansero entrambi.
  • Lui era un musicista particolare: non era un musicista colto, nel senso puro della parola riferita alla conoscenza della musica, ma le sue composizioni furono le chiavi che aprirono via via le porte, prima le più piccole e poi le più nascoste ed interne, del cuore di una giovane donna di appena 24 anni: quando si conobbero lui ne aveva 42. Lui ammise sempre di non aver la stoffa dello strumentista, ma suonava con agilità ogni strumento gli venisse messo davanti: mise sempre in dubbio la sua reale abilità e se tutto quello per cui lei stravedeva in lui (e la spinse a diventarne orgogliosa) non fosse in realtà una semplice infatuazione, così come giudicava la colla che li avrebbe invece tenuti insieme per cinque anni, malgrado le intemperie della vita si districassero in gran numero e con grande abilità sulla loro questione.
  • Lui un giorno le scrisse:

"... volevi che ti dedicassi un mio brano ... beh ... se l'amore che provo per te non è una semplice opinione personale, ma qualcosa di vero e profondo, allora ho fatto ben più che dedicarti un mio brano: ti ho dedicato la mia vita, il mio pensiero ed il mio modo di vedere il mondo ed i suoi colori attraverso i tuoi occhi ... tu sei la mia opera più intensa, la più grande, la sofferta".



CAPITOLO 1



L'aria del pomeriggio di ottobre si insinuava indecentemente sotto la sua gonna, accarezzandole le gambe nella loro nuda e rotonda fierezza, con una completezza che le mani di lui, seppur rapide e capaci, non saprebbero. Lui aveva versato a lungo i suoi sguardi nelle cavità provocate dai silenzi prolungati di lei e, ruzzolandoci rovinosamente dentro, finì per non riuscire ad uscirne, neppure con una parola dal peso esiguo. Lei stava zitta, bella e imperativa, senza un cenno degli occhi, senza una piega nelle labbra. Ed il disagio aumentava in modo proporzionale alla paura che trovasse un pretesto per mettere fine a quell'improbabile incontro. Eppure erano entrambi arrivati a quell'appuntamento con la precisa intenzione di fondere almeno parte delle loro sostanze in un'unica entità. Entrambi sapevano che un percorso può durare anche molto, a dispetto della brevità della strada concessa. Ma era il completarsi in quel tratto di strada che li eccitava e li inchiodava in quel mare di disagio, al punto di costruirsi una visione del tutto personale di una situazione di vita vissuta che percepivano, comunque, come imprescindibilmente loro. Si nascosero agli sguardi, allontanandosi per mano, senza parlare. Non raggiunsero un posto molto distante da quello in cui posarono agli occhi fotografici dei passanti per quasi un'ora: percorsero un tratto di strada sterrata, saltarono un piccolo fosso asciutto e pieno di erbacce nel punto meno profondo e più consono alle paperine bianche di lei. Lei emanava una tenerezza bambina ed indifesa ma celava, in realtà, una ormai maturata consapevolezza nei confronti della vita; lui rigirava nelle tasche gli spiccioli di autostima rimasti tra quelli che aveva fino a qualche giorno dopo essersi accorto seriamente di cosa gli si illuminava dentro nell'incontrarla, ed erano ben pochi argomenti per fronteggiare le richieste visive di lei. Lui la amava già ma, nello stesso tempo, la temeva o, forse, temeva la consapevolezza di non esserne all'altezza; lei preferiva non pensare a questo confronto e le piaceva aumentare il disagio in lui fingendosi dura e distaccata, inattaccabile ed impenetrabile. Lo guardava con una nota di divertita curiosità durante le goffe evoluzioni che cercavano di essere un ballo seduttivo, ma in realtà iniziava ad affezionarsi alla visione di quel tenero ed impacciato quarantaquattrenne che si confonde al cospetto di una ventiseienne un po' troppo matura. Gli allungò l'altra mano verso la guancia e gli diede una lunga carezza, partendo dalla tempia e stendendo l'intera mano sul suo viso, parcheggiandola fino al mento; lo guardò negli occhi e gli disse, in un italiano incerto, "cosa facci noi oggi? rimaniere qui?" "rimaniamo" disse lui con un sorriso laterale che evitò la risata fuori luogo che stava per scoppiarle impunemente in faccia. L'italiano della bella londinese era sicuramente meglio dell'inglese scolastico di lui. Ripensandoci in un secondo tempo, affermò di non essersi mai sforzato e di aver perso l'occasione di impararlo per bene, questo benedetto inglese. Intanto, un sottile odore di fumo gli penetrava il cervello attraverso l'olfatto e lì, ne era consapevole, sarebbe rimasto per sempre. Si sedettero sul muretto che divide il piccolo cimitero dalla pieve romanica; la minigonna di lei era premuta sulla gamba sinistra di lui e si sentì protetto e rassicurato dal quel gesto, nascosto agli occhi dell'universo e la sentì più vicina, malleabile ed accessibile. Il suo profumo era più intenso per via del fatto che, in quella posizione, si trovarono al riparo dalla brezza autunnale e la temperatura corporea di entrambi continuando a salire, diffondeva l'odore pungente del sudore di inevitabile eccitazione di lui ed il profumo inebriante dei capelli e delle cavità del collo, dei seni e delle cosce in cui lei, normalmente, spruzzava il suo Opium (Cinque gocce di Opium, ndr).



CAPITOLO 2



Probabilmente a lui non sembrava possibile di esserle così vicino e che lei gli regalasse un contatto così intimo senza un fine che, secondo la sua mente confusa, doveva corrispondere invece al suo. Lasciò che le parole si facessero più ardite e gli sguardi più insistenti, ma non trovò molto dell'effetto desiderato perché la conoscenza dell'italiano, per lei, era limitata alle frasi di sopravvivenza o poco più, e gli sguardi acuti di lui la imbarazzavano al punto di farle abbassare i grandi occhi grigi come la cenere. In quegli istanti di silenzio che fondevano la gioia, un sottile dolore, l'emozione e la parte ancestrale dell'amore di ognuno dei due lei, all'improvviso, saltò fuori dal solco che aveva scavato giocando con le sue tenere armi ed allungò la mano destra di nuovo sul suo viso, questa volta tirandolo a sé. Le si avvicinò alla bocca con le labbra, attese qualche istante, giusto il tempo bastante per scottargliele con il suo respiro rovente e lo baciò, senza spiegargli il perché, neppure con uno sguardo. Lui non riuscì a chiudere gli occhi, tanto era inebriato dalla sorpresa e dal piacere che scaturiva dal quel contatto così intimo che, nell'immaginazione di entrambi, era già un rapporto sessuale. L'eccitazione avrebbe voluto trascinarli oltre, ma non era adeguato il luogo: appena oltre il campo terrazzato dal muretto alto mezzo metro che li accoglieva, si potevano scorgere le sagome di un via vai continuo di vedove perse nei loro mazzi di fiori e nel loro dolore, le voci urlanti dei bambini ripresi di petto dalle mamme indignate, ed un crepitare continuo di passi sul selciato. Pensarono che, malgrado la vicinanza di casa di lei, fosse meglio rimanerne fuori, ancora per qualche tempo. E si trovarono d'accordo entrambi nel voler evitare che lui potesse impadronirsi della memoria di quel luogo che apparteneva solo a lei. Finirono in auto di lei, un grande suv nero, senza parlare, lui le teneva la mano poggiata sul pomello del cambio automatico, lei guidava scostandosi, di tanto in tanto, i capelli fuoriusciti dal legaccio dorato che si perdeva a vista tra i capelli dorati. Non perse mai di vista la strada, lui non distolse per un solo istante il suo dal viso di lei. Arrivarono finalmente, all'ombra del parco del castello sovrastante un'area rivalorizzata ed adibita a parcheggio camper e percorso fitness a tre livelli. Lì lasciarono l'auto a s'incamminarono lungo il vialetto in discesa che porta al prato vero e proprio del luogo, che gli da anche il nome evocativo che possiede tutt'ora. Erano avvolti da una fretta illogica, dato che avevano con loro tutto il pomeriggio e nessun impegno preciso, ma anche dalla consapevolezza che entrambi volevano entrarsi dentro per sempre e l'unico modo per cui questa cosa potesse accadere era fare in modo che succedesse l'irreparabile: fare sesso, lì ed ora. Lo stesso odore pungente delle stoppie bruciate nei campi continuava a penetrare l'olfatto di entrambi: a lui piaceva credere che fosse una sfumatura del profumo di lei e lo incastonava in un ennesimo ricordo visuale ed olfattivo; lei si chiedeva se, invero, non si trattasse piuttosto dell'odore di caffè tostato che, qualche giorno prima, sentì con lui in riva allo stabilimento di una nota marca di caffè italiano. A lei piaceva il caffè preparato con la moka e adorava il cappuccino del bar Del Pozzo, lui aveva imparato ad apprezzare - e non prendeva altro -  il tea che piaceva a lei, l'Earl Grey col latte.



CAPITOLO 3



Si sedette prima lui a terra, in un angolo di bordura secca e lievemente in pendenza, pensando già a come sarebbe stato se ci si fossero stesi su da lì a qualche minuto; lei lo seguì nell'intento, sempre con l'idea fissa di farlo entrare dentro di sé quanto prima possibile e non lasciarlo più andare. C'era sempre l'incognita della reazione di lei a qualunque gesto, a qualunque azione lui avesse intrapreso. Lui allungò la mano verso il suo viso, le scostò i capelli ora sciolti, le accarezzò il collo e, scendendo lungo il bordo della camicetta aperta, incagliò le dita nel primo bottone, facendolo fuoriuscire con destrezza, e un dito solo, dall'asola che lo conteneva; il secondo fece la stessa fine e gli permise di intravedere il contorno del reggiseno bianco di pizzo che circondava i suoi seni di media dimensione (una terza). Lei fece altrettanto sulla camicia di lui, scoprendo alla vista i segni di un tempo passato e i solchi di un disagio che gli si impresse sul torace tanti anni prima ed il cui ricordo continuava a rotolargli addosso come un cespuglio di spini. Ma lei sapeva tutto di lui, mancava solo la corrispondenza della descrizione alla visione della realtà, e non se ne avvide affatto. Anzi: a certe donne le cicatrici evocano una componente di mascolinità e virilità che, alla fine, finiscono per apprezzare. Si abbracciarono con le camicie aperte, ma ancora infilate sulle braccia; il maglione di lei arrotolato a terra come futuro cuscino. Cercarono di avvertire il contatto con la pelle dei loro corpi ognuno sul torace dell'altro; lui le alzò il reggiseno, liberando due seni piccoli e turgidi, con due capezzoli irti e la pelle bianchissima accapponata dai brividi, dal contatto con l'aria fresca e dall'emozione. Insinuò le mani dietro alla schiena e con un pizzicotto sganciò la clips del reggiseno che, finalmente, le liberò il costato dalla stretta fastidiosa e lì per lì notò come fosse bastata anche solo la costrizione dell'elastico del reggiseno per lasciarle un solco rossiccio e profondo sulla pelle trasparente, attraversata da vene bluastre. Intanto ci guadagnò un cenno di consenso per la rapidità con cui le slacciò il reggiseno. Improvvisamente, e ci mise molto tempo in effetti ad affacciarsi il problema, qualcosa gli fece tornare alla mente di essere su questa Terra e, su questa Terra, di aver deciso un tempo di non restare solo. Ma le promesse che cadevano dagli sguardi grigi di lei gli caddero sulle mani e lo convinsero a proseguire col suo fermo intento e, in pochi istanti, riuscì a slacciare la larga cinta di pelle verniciata dalla gonna di lei e a liberarle i fianchi che, così scoperti alla mercé degli attacchi delle sue mani, caddero nell'abbraccio decisivo che li coricò sull'erba schiacciata dai loro stessi corpi. Sembrava un percorso interminabile, ma in un attimo l'affanno del respiro confermò ad entrambi che non solo le loro lingue erano avvinghiate ora nella bocca di lei ed ora in quella di lui, ma quanto lei desiderava entrasse in lei, lo era nella più nitida completezza: era entrato in lei, come lei voleva, senza neppure rendersene conto, senza che una sola emozione entrasse ed uscisse dai loro corpi tumefatti dallo stupore ed insensibili alle sollecitazioni dei sensi. Eppure, nell'attimo in cui i respiri si placarono, si resero conto che il loro primo amplesso si era liquefatto dentro entrambi in un fiume velocissimo ed incontenibile. Il cuore accelerato abbassava il tiro, come se volesse uscire dai loro petti e sedersi a riposare.



CAPITOLO 4



Il neutralizzarsi delle endorfine in eccesso durò per una ventina di minuti nei quali entrambi recitarono la parte di disagio nel non parlare, nel non guardarsi neppure, come nel timore di scoprire chissà quale dissenso nelle espressioni dell’altro. Ancora uniti si sfioravano la pelle accessibile alle mani ed i capelli, senza un bacio di tenerezza o di ringraziamento. Fu lei la prima a smuovere la massa di quel silenzio appiccicoso … “che ora sarà?” “non so”, fece seguito lui, “saranno le cinque o giù di lì … è già quasi buio…” “che sarà, invece, ora?” poi raccolse il coraggio che entrambi lasciarono cadere a terra e musicò “come stai? Come ti senti, intendo…” “sto bene, non sono mai stata meglio … a parte il ramo sotto la schiena… avrò sicuramente qualche graffio, sento che brucia…” …” fai vedere” … e lei si girò senza proferire risposta o titubanza alcuna. Si mise sul fianco sinistro, mostrando i glutei rotondi e i fianchi curvi. Era impossibile limitarsi alle sole abrasioni con il resto di quanto di lei ancora non conosceva a portata di dita e di mani, ma una carezza troppo ardita la fece ritrarre all'improvviso, senza una parola, ma con un leggero bagliore accusatorio negli occhi. Gli fece capire fin dove spingersi, almeno quella prima volta. A nessuno dei due, e questo sembrò essere la cosa più importante, venne il desiderio di dare un bacio all'altro o di essere baciato, nessuno dei due ostentò il bisogno di un abbraccio. Lei si rivestì disordinatamente, con l’urgenza di chi sta facendo tardi; lui si infilò la camicia aperta nei pantaloni e pretese di abbottonarla in modo giusto solo dopo aver stretto la cinta del pantalone. Lei se ne accorse, lo guardò e sorrise della sua goffaggine; gli si avvicinò e abbottonò quel che rimaneva, mostrando un’eleganza particolarmente accentuata nel far rotolare il bottone all'interno dell’asola, penetrandola dapprima con l’unghia rosa e spingendoci successivamente dentro il bottone. Lui guardava ipnotizzato le mani di lei muoversi con tale cinica lentezza che provò un moto di eccitazione quasi sessuale e non poté resistere alla tentazione di afferrarle le lunghe dita, portarle alla sua bocca e baciarle accarezzandole con le labbra. Lei lasciò che lui le accarezzasse con la punta della lingua, lo guardò e le chiese rientrando nel ruolo di chi conduce “hai ancora voglia …?” “si” “mio padre diceva che non è minestra, questa…” “il mio invece diceva che la minestra va mangiata calda” … “beh, credo che dovremo metterla in frigo e riscaldarla la prossima volta!”. Si alzarono, lei raccolse il maglione e lo scosse dai fili di paglia, lui si controllò la presenza di eventuali macchie d’erba sui calzoni, lei sulla gonna. Si avvicinarono sbandando nel camminare sui solchi del sentiero erboso, si urtarono, lei appoggiò la testa sulla spalla di lui, le afferrò il braccio con entrambe le mani, ritornando ad un atteggiamento infantile e tenero sembrava appesa al suo uomo come ad un albero. A lui bastò questo per riconoscere che, dopo quel pomeriggio, qualcosa sarebbe cambiato per sempre. L’aria passava, fumosa, sotto il suo naso ancora odorante di lei ed inebriato da queste sensazioni, lì per lì, stava per prendere una decisione tra le peggiori che potesse prendere: trovare una scusa e rimanere tutta la notte con lei, a casa sua. Fu lei a non volere, dicendo che “una volta è nessuna”, che non bastava ancora per entrarsi così dentro nella vita, reciprocamente. Gli errori vanno evitati. Lui non era libero, aveva moglie e figli. Lei solo il suo cuore. Ma anche a lui doveva un minimo di onestà.



CAPITOLO 5



I giorni successivi di lui passarono lenti e appesantiti da un’ossessione costante che non poteva più fingere di non avere; da quando si alzava ai pochi episodi notturni in cui riusciva a prendere sonno, le immagini, il calore, i profumi dell’ultimo incontro gli impedivano di sognare altro che non fosse lei. Ed erano, probabilmente, immagini restituite in forma di incubi, dato che risolvendo i sogni sussultava nel letto in un bagno di sudore e col cuore che sembrava volergli uscire dal torace da un momento all'altro. I suoi giorni in ufficio passavano in un continuo guardare l’ora, probabilmente nella convinzione di far arrivare prima il momento in cui, una volta uscito dall'azienda ed entrato in auto, avrebbe acceso la radio e l’avrebbe chiamata. Il suo lavoro richiedeva attenzione ed elaborazione, capacità discriminativa ed una concentrazione che aveva perduto nella radura al fondo del giardino qualche pomeriggio prima; e tutto prendeva piano piano, ma solo nella sua mente, la sembianza di un racconto fantasy. Intorno, colleghi e superiori non ci misero molto a capire che qualcosa non andava per il verso giusto, che qualcosa era cambiato. Non era il classico dipendente provetto, ma la sua esperienza e disponibilità ne facevano un punto di riferimento in più situazioni. Ora vagava per i reparti, visibilmente sovrappensiero, con lo sguardo un po’ assente. Anche nelle pause caffè si estraniava dal capannello di colleghi tanto che la solita collega, quella più sensibile alle alterazioni dei suoi stati d’animo, quella a cui, per alleggerirsi l’anima, finì per ammettere qualcosa, si staccava anch'ella dai gruppetti circolari da camera cafè per raggiungerlo lì dove rileggeva all'infinito l’ultimo messaggio di lei circondato dal fumo della quarta sigaretta accesa in una pausa di dieci minuti. Probabilmente trasudava bisogno di aiuto. Era un periodo intenso...




Aveva conosciuto la bella londinese nel tardo autunno di qualche anno prima, in un contesto alquanto singolare; era stato il classico incontro voluto dal destino. E lui ci aveva creduto sin da subito: non poteva aver altro significato incontrare un affezionato amico, collega radiofonico e dei primi service del 1983, con una splendida, affabile, simpatica, amabile biondina britannica con gli occhi grigi come la cenere, la cui iride era circondata da un salvagente nero ferro per salvarti da quel mare, semmai ci fossi caduto dentro. E lui ci cadde in pieno, senza aver contrapposto un minimo di equilibrio, ignorando la presenza del suo stesso amico e compagno di lei e quanto tra loro potesse esserci. L’aveva così colpito che una sera in cui i colleghi organizzarono una delle tante cene infrasettimanali, disse alla moglie di andare, effettivamente, a cena coi colleghi, ma poi prese a tacchinare la zona in cui aveva capito che lei potesse abitare, ai piedi della collina, nella speranza di incontrarla. Era una sera fredda e piovosa di autunno inoltrato, a tratti nevischiava e subito si trasformava in neve pesante; il clima precoce aveva fatto scendere una neve ancora fuori stagione molto bagnata, ma che aderiva perfettamente sui piani orizzontali in spessori variabili tra i cinque ed i quindici centimetri. Insomma, era consapevole del fatto che in quel quadro apocalittico sarebbe stato più facile incontrare un alieno in gelateria piuttosto che lei per strada. Non poteva prevedere, invece, che da lì a poco il suo passare e ripassare il tratto di statale, avrebbe premiato la sua cocciutaggine: una sagoma scura che stava attraversando la strada imbrattata di neve schiacciata ed acqua che non scolava mai e con due borse dell’immondizia in mano, lo costrinse a rallentare e cedere il passo. Quando i fari illuminarono un angolo di quel viso pallido ed un po’ dei capelli biondi che fuoriuscivano dall'ampia kefiah bianca ebbe un sussulto: era lei, le sue fantasie avevano preso forma, i desideri avverati. A quel punto un lontano istinto gli suggerì di far finta di nulla, aspettare che attraversasse la strada ed andarsene; lei non poteva riconoscerlo abbagliata dai fari e non conosceva la sua auto. Ma l’altro istinto, quello superficiale, la crosta che impedisce, talvolta, di guardarci bene in fondo, ebbe la meglio sulla coerenza: quindi abbassò il finestrino e la chiamò a gran voce per nome “…sei tu, vero?” lei un po’ sorpresa e, pareva, per nulla dispiaciuta buttò di fretta l’immondizia nei bidoni al lato della strada e salì in auto con lui, non invitata a farlo, per salutarlo (e togliersi dalla pioggia e dalla strada acquatica). La fiducia dimostratagli costruì le fondazioni per i suoi castelli in aria, ma neppure troppo improbabili perché, da lì a qualche istante, lo convinse a salire da lei per un tè.



CAPITOLO 6



L’alloggio della ragazza era ricavato al piano di sopra di una piccola casa coloniale ristrutturata, come se ne vedono parecchie in questa regione, in un piccolo comune alla base della collina torinese, posta ai margini di un prato in discesa, sul tratto interno di una provinciale lungo la dorsale della collina che, proseguendo, portava al capoluogo verso il basso o, percorrendola al contrario, a fare tutto il giro delle colline torinesi. Aveva tutte le finestre (le uniche, in verità) che si affacciavano sul lungo balcone sulla provinciale. L’alloggio non era poi così piccolo, ma risultava diviso in due parti dal pianerottolo della scala interna, insomma, una brutta divisione. Il bagno enorme, coi suoi circa 40 metri quadrati, aveva un unico finestrone alto, apribile solo a sbalzo e col vetro satinato, in quanto si affacciava sulla proprietà confinante al lato posteriore della casa. Era fornito di vasca di quasi due metri, ampia doccia, bidet (cosa inutile per un’inglese) lavandino, lavatrice, mobiletto per alcuni oggetti tipici da bagno e qualche medicinale, scaffale porta salviette e termo arredo sul quale erano appesi due accappatoi (due?). Poche le cose che potevano far riconoscere il bagno di una giovane donna, sembrava un arredamento utile e di circostanza. Al piano di sotto vivevano i vecchi proprietari, senza figli, il che faceva fantasticare la giovane inquilina sul poter ereditare da lì a cent’anni. Erano due pensionati sulla settantina ed in salute, ed erano estremamente gentili con lei: la donna si prodigava a far sì che alla bella inquilina inglese, sempre assente da casa per lavoro, non mancasse mai un pezzo di pizza fatta in casa al suo ritorno la sera (ne era ghiotta), od un piatto di pasta o di minestra di legumi, con tanto di lattina di coca cola (lei amava la birra, ma per la gentile nonnina faceva male, non se ne parlava proprio), certe volte una fetta di torta alle pere e cioccolato (questa piaceva anche a lui); il marito, invece, improvvisava guasti da riparare e regolazioni della caldaia inutili pur di guardarle le gambe ed il sedere (lei vestiva in modo abbastanza succinto quand'era in casa: pantaloncini corti d’estate o tute attillatissime che la toccavano tutta, capi indossati senza mutandine e, questa, era una caratteristica che il protagonista di questa storia avrebbe poi avuto modo di apprezzare più avanti). Più sotto ancora, nel semi interrato, avevano ricavato uno spazietto per le cose di lei, i due bauli, le quattro valige rosse ed alcune scatole di libri e cianfrusaglie varie che non sistemò mai nell'alloggio, non per mancanza di spazio, ma come in una sorta di obbedienza alla sensazione, divenuta poi realtà, che non si sarebbe fermata a lungo in quel posto. L’auto, una Skoda Fabia cinque porte grigio metallizzato, stava in strada, pericolosamente parcheggiata dietro ad una curva, il che le costò alcune contravvenzioni da parte dei vigili locali ed una fiancata deturpata da un erpice attaccato ad un trattore, che naturalmente non si fermò, ed il danno sopravvisse fino all'acquisto, a dicembre 2010, di quasi 32000€ di auto e lui si chiese dove trovò tutti quei soldi per acquistare un’auto bella, certamente, ma che forse sapeva di superfluo ed esagerato per una come lei. In seguito capì che in famiglia le sostanze in eccesso erano tali che potevano essere smaltite anche in modo un po’ sconsiderato, questa è la loro vita da che il fratello ha iniziato ad incassare bene col gruppo. L’alloggio era ammobiliato con i mobili di una vita dismessi dalle altre stanze e dalle altre vite; il divano e il materasso in particolare, ne tradivano un po’ l’età con l’odore di stantio che emanavano anche attraverso copriletto e copri divano spessi un dito e si diffondevano un po’ nell'ambiente. Abitava lì, con Emilio, da due anni. Il suo compagno, Emilio, era un tecnico del suono sul quale lui, ai tempi dei service e della radio, non avrebbe scommesso neppure una Lira in fatto di riuscita e di successo; la sua voce "triste" aveva già fatto scegliere diversamente sui suoi programmi radiofonici ma, evidentemente, si sbagliò nel giudicarlo perché, al ritorno dalla lunga ferma militare, trovò Emilio impegnato al posto suo in studio. Il destino lo portò ad incontrarlo più volte in un periodo di tempo relativamente ristretto finché, un giorno, gli presentò la bionda compagna trapiantata a forza dal sud di Londra in un posto che non rassomiglia neppure alle ordinate campagne, in cui si mischiano l’odore del mare e della pioggia, del Surrey o del Sussex (lei è di Brighton) alla quale era invece abituata. Emilio lavorava poco in studio, per il quale motivo lei era diventata la solitaria custode delle sale prova. Seguiva, invece, un gruppo rock tedesco che, non di rado, aveva necessità tecniche dal vivo o in studi del nord Europa. Morale della favola, la tenera inglesina si trovò sedotta e abbandonata poco dopo aver conosciuto il vecchio e or ora anche il futuro compagno. La povera, però, a cavallo di un bel sogno, non si svegliò abbastanza in tempo per potersi evitare una seconda delusione che la stava attendendo ancora nascosta nell’ombra dei giorni a seguire, questa volta ben più bruciante della prima e, con ogni probabilità, in cima alla scala del suo alloggio …



CAPITOLO 7



Lui salì lungo la scala interna, nella fioca luce che penetrava dall'esterno attraverso l’unica finestra dell’unico pianerottolo tra due rampe disuguali di sei e dieci gradini, seguendo il suo ordine di seguirla, l’ondeggiare delle sue natiche, il proprio battito cardiaco accelerato e le sue raccomandazioni a non fare rumore: i due padroni erano molto ben disposti nei confronti di lei, le volevano bene come ad una figlia (quella mai nata), ma non avrebbero tollerato un via vai di persone estranee nell'alloggio al piano di sopra: l’avevano già ripresa per questo motivo. Tra l’altro, salendo in punta di piedi, lui inciampò in punta ad un gradino e fece un rumore che rimbombò per parecchi secondi lungo le scale vuote. Nessuno si accorse di nulla. Erano da poco passate le 22,30; in soggiorno una poltrona dai toni oro-arancio capeggiava sotto la lampada a piantana che emetteva una debole luce arrugginita e divenne il supporto per le ansie di lui: non si mosse da lì per il resto della sera. Dalla cucina si sentiva l’armeggiare di lei e, in pochi istanti, il rumore d’acqua in un bollitore elettrico arrivò a cavallo di una luce al neon tipo sala gessi al pronto soccorso di un ospedale. Gli servì un tè, così come piace a lei, senza chiedere come piacesse a lui, con una bustina di Earl Grey in una tazza di acqua bollente. Gli consigliò di metterci un goccio di latte e niente zucchero. Nessuno dei due sapeva, e anche se rileggerete questa caratteristica più avanti, fu un dettaglio di pochissima importanza, che quello sarebbe diventato il modo preferito anche da lui di bere il tè, praticamente l’unico. L'aroma del bergamotto richiamò alla mente di lui un profumo che sarebbe stato bene, a suo parere, sulla pelle di lei e, forse, gli parve di aver colto una sfumatura simile provenirle dal suo collo quando la baciò di circostanza nel momento in cui salì sulla sua auto pochi minuti prima. Non era il momento di chiederle che profumo usasse, atterrò, piuttosto, su frasi di circostanza del tipo "cosa farai ora che lo studio chiuderà?" "ho in mente di cambiare posto" "una persona mi ha detto che c’è un alloggio libero in un bel borgo un po’ distante da qui, vado a vedere la prossima settimana …. vorresti venire con me?". Quando lui le chiese dove fosse, si stupì un po’ per la scelta di allontanarsi così tanto, ma lei dissipò il dubbio dicendo che aveva già intenzione di accettare un’offerta di collaborazione esterna, un terzo indotto, in un’azienda multimediale sulla produzione di video e prodotti per la TV e la pubblicità, in sostanza produzioni low cost, e di aver pensato di comprare un’auto più adeguata ai grandi spostamenti. La doppia cittadinanza, la partita iva, l’apertura dell’attività come libero professionista… tutte cose per le quali fu seguita dal dottore commercialista più caro del capoluogo, diventato poi il suo commercialista. Si sedette sul divano verde a tre posti messo a "L" rispetto alla poltrona e completamente scompagnato come modello. Si scusò per l’arredo, le servì il benedetto tè. Lo guardò scottarsi la bocca senza fargli subire neppure l’accenno di un sorriso. "E tu? Sei sposato?" Questa era la domanda superflua che lui non avrebbe mai voluto sentirsi rivolgere, non per altro, ma perché lei conosceva benissimo la sua situazione sentimentale e sembrava che avesse semplicemente colto il momento per rimarcare una situazione che non poteva portare da nessuna parte, ricordandogli di togliersi eventuali idee adulterine dalla testa. Forse lo fece solo per parlare, ma a lui si infilò in testa l’ossessione di essere fuori posto nello stare lì con lei. Lei aveva gli occhi visibilmente stanchi ed arrossati, forse era anche un po’ assonnata, ma per lui era presto rincasare, non sarebbe stato credibile arrivare a sole due ore dall'essere uscito di casa, dato che la cena era dall'altra parte della regione. "Vuoi riposare? Sembri assonnata … se vuoi tolgo il disturbo" lei si alzò e si mise a sedere sul bracciolo della poltrona accanto a lui, appoggiandosi volutamente col gluteo destro sulla sua gamba, come per salirgli in braccio da un momento all'altro; "non voglio che tu vada e non ho sonno, sono solo presa di freddo". SI alzò un istante, il tempo necessario a prendere una coperta patchwork ed il telecomando del lettore cd e si rimise a sedere sul bracciolo nella stessa identica posizione di prima, coprendo sé stessa e le gambe di lui sotto la copertina. La vicinanza col suo corpo, avvolto in una condizione così intima, e non poterlo sfiorare iniziava ad occupare un angolo della sua mente rimasto incustodito già da qualche anno, a giudicare da quanto era vuoto e, ora che ricominciava a riempirsi (ma della donna sbagliata, di quella che lui già avrebbe voluto che fosse la sua altra donna), lo rendeva frenetico per quel frullare ignoto del cuore e dei sensi e iniziava il suo cammino confuso su di un sentiero che, ubriaco di fascino com'era, non l’avrebbe riportato a casa in completa sanità. Infatti …



CAPITOLO 8



“Sei un bravo musicista”, disse lei, tornando a sedere dopo aver dato il play al primo brano del demo che lui gli diede da ascoltare giorni prima, continuando il colloquio notturno; “i brani che suoni sono davvero tutti tuoi? Mi hai detto di aver studiato al liceo musicale, ma di aver interrotto a meno di metà …”, “certo che si! Certe volte capita che arrivi il dubbio di aver già sentito l’aria del brano appena composto, ma d’altra parte quale canzone non assomiglia un po’ ad un’altra? Magari l’imprinting da una nenia che canticchiava la mamma quando ero bebè o cose così, molto distanti nel tempo e delle quali non si ha più coscienza … insomma sono cose che possono riemergere inconsapevolmente dal passato ultra remoto. Lo ha detto, in un’intervista, anche il maestro Morricone. L’importante è non farlo apposta”. “Io potrei usare qualcosa di tuo su alcune produzioni video … potremmo iniziare a fare qualche soldino…” “Potremmo?” disse lui “cioè mi promuoveresti, tu? Mi faresti da manager?” “Beh, con i soldi no … non ancora, ma idee tante, si! Mio fratello suona in un gruppo a Londra … non credo di chiedere niente a lui, però so come muovermi, cosa dire e cosa fare - e anche non fare -  per ottenere quello che voglio … hai capito? Che ne dici se facciamo questa cosa insieme?” “dico che si! Avere te al mio fianco … e chi ci crederà! Ora sto lavorando ad una cosa ancora per piano-solo, che però sento essere una vena che si sta esaurendo … mi manca un po’ di ispirazione … e il poi io non sono uno strumentista vero e proprio … non sono né chitarrista finito né tanto meno un pianista finito …”. Si affacciava, comunque, una collaborazione fatta di adulazioni da parte di lei che incoraggiavano ed accrescevano la sgualcita autostima di lui, dopo anni passati a tentare di ricucire i continui strappi provocati dalla mancanza di incoraggiamento da parte della compagna (che vedeva la sua musica come una cosa inutile, nemica responsabile del ristagno che c’era tra loro due). In realtà la scontenta, e presto infedele mogliettina, approfittò più volte, già da prima delle nozze, di una situazione di stallo compositivo del marito che, inevitabilmente, perse un po’ i contatti terreni con la realtà, diventando periodicamente apatico, perdendo anche l’interesse sessuale (accade spesso anche ad altri artisti ed in altre arti), per lasciarsi cadere tra le braccia di qualcun altro. Ma anche questo non bastò per convincerlo ad andarsene, né il senso di vendetta che comunque cresceva imperativo in lui. E quindi rimase con lei, non riuscendo a far altro che nutrire per anni la sua vendetta: alla prima occasione, gliele avrebbe fatte pagare tutte. Già si può comprendere come la relazione tra la nuova presenza della sua vita e lui stesso, a questo punto, avesse già scavato in lui la volontà di dare inizio ad una nuova relazione, e che quella con la moglie fosse comunque incrinata pesantemente dalla presenza di una relazione clandestina, contemporanea o passata che fosse. La giovane donna portò scompiglio nella vita di lui per ben cinque anni, non tutti in un rapporto costante, ma come presenza itinerante nella mente di entrambi; quando nacque definitivamente una relazione, non fecero altro che passare il loro tempo libero a cercare il modo per vedersi più a lungo e meno di rado. Lui riprovò la bellezza del sentirsi stimato, spronato, incoraggiato, guidato, protetto, difeso e, soprattutto, desiderato; scoprì che l’autostima esiste e ne ricostruì e accrebbe una: toccò il cielo con un dito. Lei passava intere giornate a promuovere l’estro dell’uomo che ammirava e che, piano piano, imparava ad amare e a non poterne fare più a meno; probabilmente trovò il surrogato del padre che perse anni prima per la separazione dalla madre e definitivamente per la sua morte improvvisa, nel 2010. Lui era sì quello che l’amava e la proteggeva, ma sembrava ancora più un amico confidente tanto che lei, una volta, con davvero poco tatto (e poca padronanza della lingua: ricordo che le frasi di lei sono state tradotte e adattate ai dialoghi), raccontò di aver avuto un rapporto anche con un’altra persona. Lui, naturalmente, ci rimase secco: ma come si può essere gelosi di una amante? Fece i conti per mesi con questa gelosia nuova, dopo non aver risolto neppure la scoperta del tradimento della moglie. Sprofondò in un limbo mentale incomprensibile così straziato dal dolore, che gli si proferiva da due parti ben distinte e che, singolarmente, avevano sempre (erroneamente) rappresentato per lui una sorta di rifugio sicuro per il suo cuore, paragonabile alla densità delle sabbie mobili: più cercava di uscirne, più ci finiva a fondo. Ma capì che le questioni con la moglie, così datate e per via della presenza “dell’altra” donna, erano la fonte di sofferenza minore. Si sentiva deluso, abbandonato, preso in giro e forse anche un po’ deriso dalla nuova donna che aveva invaso, letteralmente, il suo presente. Eppure, quell’evento, lo rese inspiegabilmente succube di lei, anziché provocare una più che lecita reazione contraria. Ma lei seppe farsi perdonare quell’atto di debolezza (così si giustificava quando ne parlavano) con la presenza e la devozione che impose ai loro affari di coppia: se lui era libero, a qualsiasi ora del pomeriggio e giorno della settimana che fosse, lei saltava in auto e lo raggiungeva nel minor tempo possibile. E questo era fuori dei loro patti e delle loro costrizioni; ma per poter sopravvivere una relazione clandestina necessita di regole ferree: niente trucco, né profumi (Opium era davvero intenso e persistente) e i lunghi e biondi capelli di lei sempre legati; "niente foto insieme, nessuno deve poter collegare le mie alle tue giornate", diceva lei, "a meno che non si tratti di un incontro ufficiale. Niente foto, eh?" … e lui, invece, trasgredì più volte e ad insaputa di lei, approfittando di quei momenti particolari in cui l’attenzione era più vacua in entrambi (ma specialmente in lei) per fare brevi filmati di nascosto con lo smartphone per estrarne, successivamente, dei ricordi in movimento o dei fotogrammi meno mossi di una foto presa di corsa. Peccato solo per la risoluzione degli smartphone che lui aveva al tempo: erano ben lontani dall'essere qualcosa di decente...



CAPITOLO 9



Tornando a noi, anzi a loro, era ormai l’una passata. Fuori della finestra del soggiorno si poteva vedere a stento il lampione coperto dalla coltre di grandi fiocchi di neve che scendevano copiosi e pesanti, come in una tormenta, così fitti da non lasciare passare che pochi fasci di luce bianchissima. Aprendo la portafinestra aveva descritto nella neve sul pavimento del balcone un semicerchio spesso quindici centimetri e in strada se n’era posata già una quantità sufficiente a preoccuparsene; avvertì quel senso di disagio e indecisione tra: l’andare via subito, ed in cuor suo aveva la precisa convinzione che avrebbe perso un’occasione; aspettare che la bontà d’animo la costringesse a chiedergli di fermarsi per la notte, ma come avrebbe potuto accettare e, quindi, giustificarsi a casa? oppure chiederle direttamente se potesse rimanere, ma si sarebbe riproposto il problema precedente. Naturalmente risolse lei dicendo “ti farei rimanere qui, ma so che devi tornare a casa” in un mix impeccabile tra le due questioni principali. Quindi lui prese il giubbetto e la poca voglia di andarsene e le si piazzò di fronte, come in attesa di un bacio da film hollywoodiano. Lei gli strinse la mano, alla distanza del braccio teso, come irrigidita (aveva capito cosa lui volesse, ma non era intenzionata a concederglielo, almeno non ancora). Ma lui, caparbio, si fece avanti, fiondandole d’autorità un bacio a ventosa in piena guancia che le lasciò il segno di un succhiotto. “Accidenti che schiocco, disse lei sorridendo” e gli chiuse la porta alle spalle senza aspettare che trovasse l’interruttore della luce delle scale. Appena fuori rimase, per qualche istante, dietro alla porta immersa nel buio del pianerottolo per sentire se un rumore o una parola detta da lei incautamente e ad alta voce potesse fargli intuire qualcosa, ma non sapeva neppure cosa aspettarsi, in effetti; forse anche lei rimase dalla parte opposta e, spiandolo dallo spioncino, si sarebbe resa conto della sua presenza ad origliare appoggiato alla porta. Seguendo quest’ultima visione, dopo aver abituato gli occhi alla visione scotoscopica, cioè alla visione al buio, scese velocemente le scale senza accendere la luce (non trovò l’interruttore e neppure l'apri porta, almeno non subito) fidandosi unicamente della sua memoria fotografica per identificare la rampa di scale più corta e non cadere. Dovette liberare il tetto dell’auto per poter aprire la porta e non riempire il sedile di neve e, con estrema cautela e lentezza fece inversione e si mise, con un po’ di difficoltà, nel giusto senso di marcia per il ritorno a valle e, quindi, a casa. Un’occhiata al balcone di lei gli permise di vederla dietro la finestra intenta ad osservarlo; quando si accorse del suo sguardo all'insù lei lo salutò infantilmente con le braccia alzate, allungandosi ritmicamente sulle punte dei piedi, un gesto che lo stese di tenerezza. Era l’una e trenta, arrivò a casa oltre le due e mezza. Ma, per una cena così distante, poteva essere concesso. Nessuno chiese nulla, comunque. Era un buon periodo comunicativo nell'azienda in cui lavorava o, almeno, i colleghi andavano parecchio d’accordo e le cene si moltiplicavano quasi alla frequenza di una alla settimana. Lui dovette solo spiegare a casa l’improvviso attaccamento a queste cene (che in realtà aveva sempre evitato con cura) perché a meno che non fosse in trasferta, non se ne perse una. Il perché, inutile dirlo: diventavano una scusa per vedere lei, bastava raccogliere qualche informazione il giorno dopo e guardare qualche fotografia della serata fatta da qualche collega per avere qualche argomento a prova di inquisizione il giorno dopo e rendere così credibile la sua presenza lì. Capitò anche che alcuni colleghi, le prime volte, gli telefonassero per sapere se aveva avuto dei problemi, non vedendolo arrivare; capitava tutte le volte che lui scordava di dire che non ci sarebbe stato...



CAPITOLO 10



Arrivò il trasferimento di lei nella nuova abitazione, alla fine del 2009; passò un intero anno confuso, carico di lunghe attese, specie nel periodo delle ferie estive, in cui entrambi andavano in vacanza: ovvero lei in Inghilterra (senza disdegnare altre mete come l’Australia, gli Stati Uniti o l’Africa) e pochissimi incontri in generale, ma qualcosa in loro e tra di loro si accaniva e si incaponiva per rimanere vivo; impararono a mancarsi e a desiderarsi di più, animati dallo stesso desiderio che creava scompiglio in lei, dal “basso” dei suoi ventisei anni, ed in lui, più grande di diciotto. Ma arrivarono anche le feste di Natale 2010, un momento che anche la Church of England promuove per far sì che le famiglie possano riunirsi, specie se i figli sono ormai adulti ed hanno preso casa e lavoro altrove. Lei rimase ingannata due anni prima, nel 2005, dai suoi stessi sentimenti: si era trovata a soli ventidue anni tra le braccia di un italiano ultra quarantenne, scapolo, molto intraprendente ed apparentemente agiato (in parte era vero, ma gli agi di Emilio, questo è il suo nome, si riferivano ai soli periodi immediatamente dopo aver incassato le provvigioni per i service, tra l’altro non sempre regolari. In sostanza era benestante per quattro-sei mesi e per gli altri navigava in ben altri mari). Non sapeva se definirsi innamorata di quel “ragazzo” così poco affascinante o se fosse solo attratta dalla possibilità di cambiare vita ed allora, forse, vide in Emilio la possibilità di fuggire dagli schemi della sua famiglia tradizionalista, rappresentata, ormai, solo più dalla mamma e dal fratello minore. Forse riconobbe anche un motivo al fatto che suo padre lasciò sua madre: lei di estrazione clericale e lui un ex sessantottino militante dell’LSD non avrebbero potuto conciliarsi a vicenda e a lungo. Così intraprese questo benedetto viaggio, verso la Germania prima e l’Italia dopo, in un furgone nel 2005, in compagnia di quattro fumosi (e lei non fuma, anche se a volte esagera con l’alcool) energumeni del rock tedesco di ritorno da un contest in quel del fango di Reading, Emilio, sé stessa e la sua voglia di vivere chiusa in un baule incastrato tra i flight case degli strumenti del gruppo. Le feste di Natale, allora, a parte l’imprevisto decesso del papà, furono occasione per un viaggio in quel di Londra. Lei andò via con un biglietto di sola andata per sincera comodità, non sapendo esattamente “quando” sarebbe tornata. Ma quel “quando” risuonò in lui come un “se”. E passò le peggiori feste di Natale della sua vita. Iniziò a porsi delle domande alquanto lecite ed altrettanto difficili da risolvere, perché lei, e lui ne era ormai consapevole, aveva già scritto il suo nome e riempito di quadri con le sue foto più belle tutte le pareti libere del suo cuore e ammise a sé stesso che, prima di lei, le pareti fossero ben libere. Chi avrebbe dovuto impegnare le sue pareti da più di vent'anni in realtà, e già nei primi anni di matrimonio, le riempì a qualcun altro. L’ultima relazione della moglie (solo in ordine di scoperta, mica detto fosse davvero l’ultima) lui la scoprì in una mezza confessione durante un litigio. La cosa curiosa che accomunava le due relazioni, è che entrambi erano in condizione di svantaggio circa l’età del partner, in un modo o nell'altro: la moglie (quando lui lo scoprì ne ebbe certezza) era più giovane del suo amante di una quindicina d’anni, e lui esattamente di diciotto sulla sua. Circa questo argomento c’è da dire che quando lui apprese la data di nascita di lei, in un secondo tempo dall'averla incontrata, rimase ammutolito e pieno di interrogativi, credendo fermamente che le coincidenze rispettino un ordine occulto e superiore e che siano una sorta di messaggio da interpretare e seguire: lei nacque vicino a Londra nel pomeriggio e negli stessi istanti in cui lui stava sperimentando la fine di un’altra storia, probabilmente la più intensa ed importante della sua adolescenza. Non poteva non essere una strana coincidenza che però, nella confusione mentale in cui versava in quel periodo, sbagliò ad interpretare e pensò essere un segno del suo destino che, finalmente magnanimo, avesse fatto nascere colei che le avrebbe salvato la vita; una specie di messia, insomma, e che i diciotto anni trascorsi fino al loro incontro rappresentassero di fatto il periodo di punizione per espiare le sue colpe. Ma quali colpe? Fino ad allora, in amore, si sforzò di essere onesto e, di fatto, non dovette costringersi ad esserlo dato che ogni volta prendeva delle sbandate che, comunque, gli avrebbero impedito di essere infedele. Uscì con una serie di ragazze molto legate ai suoi luoghi di lavoro passati, un po’ in cerca di divertimento, molto attratte dal nostro protagonista, dalla sua spigliatezza, dal suo status symbol, dalla sua estrinseca maturità … insomma, non gli fu difficile cercare la “vendetta” a cui ambiva, ma due ragazze, in particolare, fermarono questa valanga e lo sedarono ai piedi di una montagna ben più imponente del suo ego: l’amore, quello che ti strizza lo stomaco e non ti fa più dormire, pensare, bere, mangiare ...



CAPITOLO 11



Al ritorno di lei (un bel pezzo dopo l’Epifania), nel tragitto dall'aeroporto alla distantissima nuova locazione, gli raccontò di essere stata adescata, già al tavolo della prima cena col fratello, il suo gruppo ed il loro produttore, da un tecnico che, di sponda, finì invitato a tavola senza un apparente motivo di importanza, ma solo come riempitivo. Si arrabbiò non poco col fratello per aver cercato di trovarle una compagnia non richiesta per la serata a tutti i costi, ma, alla fine, ci finì quasi a letto al termine della stessa a Nottingham, bella città del Nottinghamshire. Successe in un hotel sul fiume Leer (o Trent, poco importa, la attraversano entrambi). Gli raccontò questo episodio in termini di racconto vero e proprio, nuovamente non curante di chi lui fosse e di cosa lei rappresentasse per lui, come se stesse parlando ad una amica, e non pareva affatto imbarazzata dal suo ascoltatore che invece, parola dopo parola, vedeva smontarsi tutti i castelli che sentiva di aver impunemente costruito in aria, travisando forse gli atteggiamenti liberisti di lei, e si sentì sprofondare sotto le loro stesse macerie e ricadere in quel limbo già sperimentato tempo prima e proprio con la sua nuova lei. Arrivò alla conclusione di doversi ritenere solo un amico. Nient’altro. E la confidenza acquisita, quella che aveva pensato essere il sentiero giusto per entrare in lei, era allora solo fine a sé stessa. Niente di più. Avrebbe voluto darle uno schiaffo, insultarla, trattarla male e sparire per sempre dalla sua vita, come se non fosse mai esistita. In realtà non fece, ovviamente, niente di tutto questo, si limitò a dirle, col raschio in gola "e lo racconti proprio a me questo?" Lei si interruppe istantaneamente, smise di parlare nel momento in cui, col racconto, era già sul letto e stava per proferire una verità per lei divertente e che per lui sarebbe stata invece disastrosa. "Si, scusa … non pensavo che ti avrebbe dato fastidio… ma devo dirti una cosa … vedi … io sono così, almeno, oggi sono così; domani non so né se ci sarò ancora e, se ci sarò, nemmeno come sarò o con chi sarò … io d’altra parte, non sto a chiederti cosa fai quando sei a letto con tua moglie. L’ho immaginato, sai? I pensieri fuggono veloci e ho avuto l’impressione che immaginarti con lei non mi piacesse affatto, mi provocasse una morsa allo stomaco, un disagio che sapeva di gelosia, ma anche di eccitazione. Che è ridicolo! Così ho capito che l’interesse che provo nei tuoi confronti è più di quanto io stessa mi aspettassi. Non so, ho bisogno di tempo per capire … intanto limitiamoci a non chiederci cosa facciamo quando non siamo insieme e con chi. Ok?" "Si, ma … sei stata tu ad iniziare questo racconto, io non ti parlo mai di mia moglie … e comunque non risolve il problema. Vero, non mi posso ritenere tradito perché tra di noi non c’è un rapporto … per adesso …" "…per adesso? Ma cosa vuoi da me?" "… la favola bella" "…la favola bella …? - sorrise - Le favole sono racconti e basta, sono cose inventate … io e te siamo veri, siamo carne e sentimento …" "allora viviamo questa favola carnale e terrena, spirituale o fantastica che sia, chiamala come vuoi, ma viviamola …. diamole il via!" "Lei, stranamente ed apparentemente senza motivo, si avvicinò alla sua guancia e gli sussurrò all'orecchio una frase che lui ritenne essere una promessa, "I will always be with you... always". Un attimo dopo erano in auto a cercare un posto dentro la campagna più remota e fuori mano, a sporcarsi le ruote e, una volta in più, la coscienza. Ma lui non arrivò ad entrare in lei come avrebbe voluto, per restituirle parte del peso che invece stava subendo da che lei era entrata in lui. "Quello che ti avrei raccontato è che tra me e … quello lì … quella sera a Nottingham, intendo … insomma … non c’è stato nulla perché quando sono uscita dal bagno aveva bevuto talmente che si era addormentato sul letto vestito e così l’ho lasciato a dormire, io mi sono messa nel letto affianco e la mattina, quando mi sono alzata e vestita, sono scesa a fare colazione e lui era ancora lì, esattamente dove l’avevo lasciato la notte prima … se non avesse respirato rumorosamente, avrei chiesto aiuto: sembrava morto!. Ovviamente gli ho lasciato il privilegio di pagare la stanza! Questo volevo dirti ed anche che, mentre lo guardavo dormire, ho immaginato cosa avrei fatto se ci fossi stato tu al suo posto..." "e cosa avresti fatto?" … "ti avrei svegliato e avrei fatto l’amore con te…" Lui svenne dentro, dimostrando che non è affatto impossibile svenire stando in piedi anche se in rarissime circostanze … come quella.




CAPITOLO 12



Un giorno lei si avvicinò di più a lui, sedendosi più vicina nel tavolino rotondo del bar, base dei loro incontri. Gli prese il braccio col suo braccio, posò i lunghi capelli biondi sulla sua spalla e gli soffiò sul collo. Era il suo modo per richiamare la sua attenzione e prepararlo a qualcosa di impegnativo, come a rispondere ad una domanda scomoda. Infatti gli chiese di parlarle del rapporto con sua moglie, di come scoprì i suoi tradimenti, insomma, di svuotare il sacco. Dapprima lui fu titubante, si rese conto che il problema ad affrontare quel discorso non fosse il disagio, bensì il non sapere da dove iniziare, trovare un inizio, tanto avrebbe dovuto scavare nel tempo. Malgrado fossero fidanzati, le spiegò, l’aveva preferita ad alcune alternative clandestine con le quali interfacciò una parte carnale di sé stesso e una della sua vita: era successo con alcune ragazze, diverse tra loro per estrazione, luogo di vita e lavoro. Storie di una settimana di seduzione ed un mese con pochi incontri, solo sesso, ed uno stop obbligato prima che ci si affezionasse. Eppure l’aveva scelta, un po’ per scrupolo, un po’ per il coinvolgimento familiare, un po’ per un’attrazione fatale che, guardandola con attenzione estatica, in alcuni momenti, riportava alla memoria la ragazza con le labbra carnose di anni prima. La gelosia iniziò ad affilare le sue lame quando le cose iniziarono a non combaciare in termini di luoghi e di tempo. Anche se successe anche con un coetaneo già durante il periodo lavorativo precedente in un altro luogo di lavoro, la lunga permanenza nel nuovo luogo di lavoro con una persona diversa, quasi sempre in completa solitudine, ha fatto il resto. La scoperta fu il classico diavolo che fa le pentole, ma si scorda i coperchi. A tal scopo amo ricordare che il Karma esiste, credetemi: l’amica che la coprì in un’occasione cadde in disgrazia: si diede all'alcool, non ebbe mai figli e si lasciò col facoltoso marito cambiando il suo reddito da elevato ad indigente; col suo ultimo amante certo successe esattamente quanto lui, ricorrendo alle sue doti di esoterista (chi vuol credere, creda) aveva condannato a subire a chiunque avesse osato fargli del male, in proporzione variabile all'entità del danno a lui provocato: morì colpito da una forma rara di cancro. Lei rimase impietrita dal racconto di tali cattiverie perpetrate nel tempo, da parte di entrambi, con cinica costanza e volontarietà. Riuscì solo a chiedergli “ma perché mai siete rimasti insieme? E cosa mai vi siete fatti per odiarvi così? Perché ti ha fatto questo? Tu hai agito di reazione, ma lei … lei ti ha fatto pagare l’unico errore che hai fatto: amarla! Non ti merita. Lasciala, subito” e prendendo il suo viso con entrambe le mani fredde gli disse “lasciala, stasera stessa. Vieni con me, ti voglio portare via da tutto questo dolore e da tutte queste lacrime”. Lo baciò in un misto di lacrime nel quale, quando lui si accorse del fatto che lei si era commossa al punto di piangere, aggiunse inevitabilmente le sue. Fu il sale più dolce che entrò nelle loro bocche fino a quel momento.



CAPITOLO 13



Non rimase con lei, quella notte. Tornò a casa con una sete di riscatto interiore che lo motivò a perseguire i suoi desideri, malgrado fossero passati diversi anni dai tradimenti (scoperti) della moglie. Una valigia. Era già pronta da un giorno e questa non era una costante della sua vita: normalmente la preparava la sera prima della partenza, tanto era il fastidio che provava anche solo al pensiero di dover partire per intere settimane. Conteneva alcune cose fondamentali per la sua vita: il set da barba e da bagno, il suo libro del momento (che non avrebbe mai finito) ed il cambio per una settimana. Il lavoro che ha scelto, al posto della tanto amata musica che sarebbe ben più coerente col suo essere, comprende anche le trasferte, che ha sempre cercato di tollerare a patto che non diventassero una costante. Ultimamente, purtroppo, lo erano diventate. Ma quella volta era diverso. Ufficialmente l’attendeva un'azienda del sud, in realtà era il frutto di un accordo, un tentativo per capire cosa ci fosse tra loro due.



I COLLOQUI INCANTATI: 1, 2, 3, 4, 5 e 6





§§


I colloqui incantati



-1-

Lei: "... sarebbe bello poter passare due o tre giorni insieme ... per vedere se cambia qualcosa stando insieme tutto questo tempo ..."

Lui: "... tutto questo tempo? Tre giorni? Secondo me ci va un po' di più ... una settimana o dieci giorni almeno ..."

Lei: "... non è possibile, come fai?"

Lui: "... sovente vado in trasferta, anche all'estero ... potrebbe essere credibile ..."

Lei: "... mah ... non so ... non voglio essere causa di problemi ... per me va bene anche così ... forse tra noi è bello proprio perché è così ... certo che non capirò mai se non proveremo a stare insieme davvero ... certo, non potrò mai dire che tu sei il mio compagno per davvero ... però ... tu hai moglie e figli ..."


Il mattino seguente lui era in auto verso il lavoro; si preannunciavano due settimane senza imprevisti. L'azienda del sud non era completamente una bufala, c'era solo stato un rinvio ... avrebbe dovuto andarci sul serio da lì ad un mesetto, non prima. Per allora la sua attività si sarebbe svolta in sede. Il problema era che, nel caso fosse partito davvero, la sua auto sarebbe stata parcheggiata nel parcheggio esterno giorno e notte … così, invece, dal pomeriggio al mattino dopo non ci sarebbe stata e volendo controllare la sua presenza ... beh ... di notte non credeva ci sarebbe stato il pericolo che "qualcuno" potesse dubitare fino al punto di venire a vedere se ci fosse o meno. Ma qualche volta, per ridurre il rischio, si fece venire a prendere da lei. E qualcuno vide ed inevitabilmente chiese, sapendo che la moglie non corrispondeva al tipo di donna vista al volante del SUV … tanto per non dare nell'occhio!


Alle 19 del primo giorno lui era davanti a casa di lei. Tirò giù dall'auto la valigia ed un sé stesso che aveva urgente bisogno di una doccia. Lei era con le braccia conserte, sotto la scala esterna ... lo guardava avvicinarsi … non si muoveva ... non parlava ... e, soprattutto, non gli sorrideva come al solito. Fece uno sguardo come di chi pur aspettandoselo non ci credesse ancora e stesse per chiedergli, "ma cosa hai combinato?!". Invece si avvicinò, gli tolse di mano la valigia perché la poggiasse a terra, lo accarezzò senza dire una parola con la punta delle dita, guardandolo negli occhi con un’espressione che sembrava potesse portarla a piangere da lì ad un attimo ... poi, finalmente, gli sorrise e sussurrò una cosa che lui non dimenticherà mai …


Lei: "... benvenuto nella mia vita, amore mio ... grazie per essere qui con me ..."

Lui: "..." (incapace di dire qualsiasi cosa)


Qualcosa di inevitabile scese lungo la sua guancia. Si giustificò dicendo che era un periodo che aveva il cuore gonfio e ... meno male che esiste questo "travaso del troppo pieno" in lui, o avrebbe potuto esplodergli in petto.

Lo accompagnò di sopra, lui posò la valigia sul pavimento del salotto, lei la indicò con lo sguardo ...

Lei: "... vuoi disfarla? Non serve lasciare la roba dentro ... si spiega tutta e prende un brutto odore ... tanto non devi scappare ... almeno da me ... scherzo! ... lascia, faccio io ... va bene se poso la tua roba nel mio armadio? ti ho fatto un po’ di spazio ..."

Lui: "... e nella tua vita?"

Lei: "... anche ..."

Lei: "... se vuoi fare una doccia ... ti ho preparato l'accappatoio pulito ... forse è un po' piccolo ... anche l'asciugamano per i piedi ... fai con comodo, ti aspetto in cucina ... ti va un tè? quando stai per finire fammi un cenno ... ah ... vuoi che ti passo la schiena?"

Lui: "... no ... beh ... in realtà sì, ma ... è meglio di no ... forse ..."

Lei: "... ok ... come vuoi ... allora ti aspetto di là …"




§§

I colloqui incantati

-2-

La sera, cena al ristorante più vicino. Pur sapendo perfettamente che non aveva necessità di andare al bagno, lei gli lasciò recitare la scenetta di buon grado: sapeva perfettamente che sarebbe andato a telefonare privatamente a sua moglie. Non aveva nulla da nasconderle ... avrebbe potuto telefonarle davanti a lei ... ma gli sarebbe sembrato di mancarle di rispetto. Quando fu tornato a sedere lei gli chiese "tutto bene a casa?" sottolineando il fatto che aveva capito benissimo a chi aveva telefonato.

Dopo aver pagato (lei, ovviamente, inutile insistere ... però lo fece sentire un po’ troppo ospite) uscirono mano nella mano e si incamminarono a passo lento tra le case con le finestre gialle e arancioni verso il viale che porta alla pieve. Il cielo era ancora alonato dalle ultime sfumature d’argento bluastro del crepuscolo ed un sottile alito di brezza da levante sembrava accompagnare il loro cammino. Una passeggiata per smaltire il poco che ordinarono e che, per di più, avanzarono: il cameriere, e lui gli fece caso, annusò le portate avanzate nel dubbio che ci fosse qualcosa che non andava. Ma non c'era altro che l'emozione che chiuse lo stomaco ad entrambi.  Lui era più sanguigno nell'esternare le sue sensazioni ... tanti anni prima, una delle sue “fole” clandestine gli disse "quello che hai sul cuore hai sulla bocca, non va sempre bene". Lei, invece, era molto più controllata, ma lui si ostinava a sentirla dentro di sé... era come se anche il cuore di lei si stesse dimenando dentro di lui. La differenza, forse, è che anche lui pensava al qui ed ora, all'intensità di quei momenti e cercava a tutti i costi degli appigli in cui incastonare ricordi da riesumare quando lei non ci sarebbe stata (e così fece, purtroppo per lui, per tutta la loro storia insieme, tanto da sentirla viva anche quando ormai di vivo non c’era più nulla), ma pensava specialmente al dopo ... invece lei viveva e basta, senza chiedersi il dopo, il domattina, o chissà cosa del futuro. Era un compito che spettava, quindi, a lui lo spronarla a valutare un futuro, o non sarebbero riusciti a condividere appieno tutto. Quella era la prima sera insieme, avevano tanto tempo per loro, ma passava talmente in fretta che lui, ad ogni istante, intravedeva loro stessi ancora lì, l'ultima sera, a salutarsi. Si sedettero sull'ultima panchina del viale e, malgrado il lampione fosse insolentemente luminoso, si potevano scorgere le luci del borgo illuminare la collina e, dall'altro lato, come piccole lucciole, le cascine con qualche finestra ancora accesa. Saliva un odore notturno di prati che non assomiglia a nient’altro e lui lo legò per sempre a lei, rinunciando ad un’ampia parte della sua ragione. Ma così vogliono le leggi che regolano il cuore.





§§

I colloqui incantati

-3-

L'auto di lui era parcheggiata nella piazza centrale, tra due platani, centrata in pieno e più volte dai satelliti di Street View, che se fossero passati di notte non l’avrebbero vista sicuramente lì e si sarebbe capito dove lei abitava. Era circondata dalle luci dei lampioni e nient'altro; il bar ed il ristorante, ai lati opposti della piazza, erano già chiusi e lui stava a chiedersi perché mai l'insegna della banca dovesse fare più luce dei lampioni della piazza. Non era tardi, ma sentiva un sonno innaturale in questa situazione ... naturalmente cercò di combatterlo facendo di tutto per cacciarlo via. Ma alla fine gli scappò una smorfia terribile per cercare di reprimere uno sbadiglio e lei se ne accorse ... sorrise, ma non ne fu delusa ... alla fine era in piedi dal mattino presto ed aveva lavorato. E questa fu solo una delle tante differenze tra lei e sua moglie: una comprensiva e dolce, l’altra intollerante ed aspra.

Lei: "... quando arriviamo a casa ti mostro un modo per far passare il sonno ... ma funziona solo con me, non ti illudere ... se no ti spacco la faccia, hai capito?!"

Cercava di dimostrargli una gelosia che forse non le apparteneva ... non capiva se lo facesse per finta o per davvero ... ma a lui piacque pensare che fosse vero.

In casa c'era profumo di lei ed era buio pesto; in cucina la luce che filtrava dalla finestra era macchiata dalle ombre dei rami che ondeggiavano sotto il vento che doveva essersi svegliato mentre salivano in cima al borgo, luogo della “nuova” abitazione di lei, un appartamento in una casa dei primi del ‘900, su tre livelli ingannevoli, perché la strada in salita rendeva in pochi metri il piano terra un primo piano. Sotto, al piano strada, c’era un grande monolocale magazzino che, più avanti, venne sistemato con del cartongesso e diventò il famoso “Studio_1”. Sopra, collegati ad una scala stretta e ripida stava la cucina, il bagno, e due camere da letto, una adibita a studiolo: lì è dove lei scriveva e dava forma alle sue ispirazioni: c’era un pianoforte verticale perfettamente funzionante, dovette solo farlo accordare, una scrivania rivolta verso la finestra affacciata alla meravigliosa valle tra le colline in cui andava, ogni sera, a chiudersi il sole al tramonto, un’autentica carezza per gli occhi e per lo spirito; il silenzio della casa era pieno della musica del vento e delle imposte che sbattevano (come faceva mai a vivere qui da sola? Si chiedeva insistentemente lui). Dopo qualche minuto, nella luce soffusa delle applique in salotto, il silenzio si riempì della voce morbida di lei, delle sue parole e dei suoi sogni, del suo giocare col cucchiaino dentro la tazza della tisana al tiglio e miele che aveva sulle gambe strette ... e lui stava a guardare la larghezza dei suoi fianchi sul cuscino della poltrona e ... a scoprire di non avere più sonno.

Quello che accadde dopo, in verità, sembrerebbe un racconto erotico, non avrebbe alcun senso raccontarlo qui. È evidente che i due fecero l'amore ...  a lui piaceva farlo con lei: era la carne ed il cuore che, insieme, non aveva mai trovato.

Lei non aveva, forse, provato nulla di nuovo, in fatto di sensi; ma la vicinanza così intima, il potere del gestire, del fermarsi e ripartire, di aver completo controllo (termine un po’ “tirato”) sulle accelerazioni dei sensi di lui, la gratificò fino ad un livello mai provato e che rappresentava già da qualche tempo il desiderio di voler riprovare un’esperienza simile. Con lui. Voleva solo più lui. Forse fu la notte in cui anche lei capì.

Il mattino dopo lui si alzò che era ancora buio; il buio sgualcito della notte che stava scappando. Ma doveva andare, anche se mai come in quel momento avrebbe voluto rimanere ... da lì gli ci andavano almeno trenta minuti in più per arrivare al lavoro, se non quaranta. Ma non sembrava essere questo a preoccuparlo, se non lo stesso tempo in più per raggiungerla la sera. Lei non era nel letto. Scese la scala ... la trovò in cucina, vestita, ancora con i capelli legati, il viso struccato e l’aspetto incredibilmente sveglio e dinamico, quasi frenetica.

Lei: "... buongiorno, amore ... hai riposato? ... sai che russi un bel po'? ... mi è piaciuto questa notte ... ... davvero ..."

Lui: "... perdonami, non pensavo di russare ... in realtà non pensavo neppure che avrei dormito ... si vede che ero stanco davvero ... ehm … la mattina non sono così loquace ... perdonami ..."

Lei: "... smetti di chiedere scusa per tutto ... piuttosto ... un bacino non me lo dai?! ..."

Lui: "... si ... scusa ..."

Lei: "... di nuovo scusa?! ..."

Lei: "... stai tranquillo, quando avremo rotto il ghiaccio andrà meglio. Godiamoci questi momenti di divertente imbarazzo ... provare disagio con la persona che ami (con la persona che ami!) vuol dire che ci si rispetta e che si teme di sbagliare a comportarsi ... non c'è nulla di sbagliato in noi ... ... ti ho preparato il caffè ... senza zucchero, vero? Io mi fermo al bar, ho bisogno di una colazione più sostanziosa della tua ... e poi credo che tu non abbia il tempo. Ti prego, non fumare troppo … Sarò a Milano per tutto il giorno. Non mi chiamare, sarò in studio ... quando potrò ti chiamerò io ... mi manchi già ... vado a mettermi apposto ... se devi andare ci salutiamo ora ... non so a che ora finisco ... se tardo ti telefono ... oggi vedo di fare un po’ di spesa e … ah già! Devo farti fare le chiavi di casa, così non mi aspetti fuori ... se hai la chiave dello studio, aspettami lì … oppure, meglio, vai al bar che ti raggiungo lì”.

Lo lasciò intontito dalle parole, dai precetti per la giornata, da tutti quei movimenti rapidi e precisi che faceva mentre, parlandogli alla velocità della luce (almeno, così gli sembrò), metteva apposto in cucina tazze, piattini, caffettiera e scatola del caffè. I loro vecchi accordi sembravano sfumare man mano che passavano le ore ... in particolare le preoccupazioni e le ostinazioni di lei. Non gli aveva mai detto "ti amo", ma gli disse "quando sei con la persona che ami" oppure lo chiamò più volte “amore mio” ... che è lo stesso. Mentre guidava ripensava alle ultime parole della mattina, in particolare si soffermò sulla naturalezza con cui lei accordava la sua giornata con le sue attività e, da adesso e per qualche giorno ancora, alla sua presenza in una vita all'apparenza piena di impegni (e che sembrava già aver metabolizzato). Arrivò al lavoro senza quasi rendersi conto di aver percorso tutta quella strada. Nella radio il cd della sera prima, lo stesso che continua ad ascoltare anche ora, dopo anni. Quella sera avrebbe voluto parlare con lei ... lui si sentiva impacciato e stupido, camminava in punta di piedi come se cercasse di non rompere qualcosa ... lei no, lei era spigliata ... gli stava regalando la visione di come sarebbe stato vivere insieme davvero ... perché tanta ostentata naturalezza?





§§

I colloqui incantati

-4-

Lei: "... forse ho imparato a comportarmi così stando con ... vabbè ... hai capito con chi ... se non ti piace qualcosa di me parlamene, non tenertelo per te ... dimmi sempre tutto, non sono tua moglie ..."

Seconda cena al ristorante in piazza. Il cameriere si sentiva come lui con lei, aveva paura di rompere qualcosa e il servizio che gli riservava era la prima cosa a far sì che se ne accorgessero entrambi.  Fu lei, alla fine, che cedette alla gentilezza a scapito del divertimento; lo chiamò e gli sussurrò …

Lei: "... guardi che ieri sera andava tutto molto bene ... è che ci siamo seduti troppo presto e non avevamo ancora fame ... grazie, comunque, di tutto ... verremo ancora qui ... io abito qui ..."

Cameriere: "... davvero? non l'ho mai vista … in questo locale ..." disse con una sospensione non molto gradita dalla parte gelosa di lui.

Lei: "... vero ... alla fine ci dormo solo qui ... sono sempre fuori per lavoro ... spesso anche il sabato e la domenica ..."

Quella sera era davvero stanca. Tornarono a casa subito dopo cena, ancora avvolti dal rosso di un tramonto che sembrava non volerli lasciare e che si riversava in strada come fosse liquido. Non ci sarebbero state molte altre alternative alla semplice passeggiata, ma essere immersi nel tiepido crepuscolo di quel luogo, almeno in lui, risvegliava ricordi antichi di situazioni forse mai vissute, ma che cercava di discriminare con forte impegno dato che sembravano appartenere alla sua memoria olfattiva e sensoriale ... questi posti sono effettivamente bellissimi di giorno, ma alla sera, tramontato il sole, non offrono altro che loro stessi ... ed il borgo medievale è anche alquanto tetro. Quindi rincasarono, accesero per poco la televisione ... lui accarezzò a lungo i suoi capelli biondi stendendoli sulle sue gambe, distesa sul divano ... dopo meno di mezzora era addormentata. Lui lasciò scorrere la mano tra i seni, sulla camicetta appena sbottonata ... ma lei non se ne accorse nemmeno. Si alzò, le mise un cuscino sotto la testa, la coprì con la coperta patchwork e andò in terrazzo a telefonare a sua moglie. Si accese una sigaretta: dall'altra parte del telefono una voce staccata e fredda, non gli diede la minima impressione di mancarle. Chiuse salutandola appena ... non sapeva se voleva vederla così per forza di cose, o se così fosse realmente diventata, ma decise di tornare dalla sua lei, quella sul divano … quella che le stava dando tutto e non chiedeva null'altro che la sua presenza al suo fianco.

Le sussurrò:

Lui: “Hai fatto bene a darmi ascolto nel comprare un divano più grande e comodo ... tanto spazio ne hai quanto ne vuoi qui ... e adesso ci sto anch'io di fianco a te!”

Erano le tre, lei si alzò per andare in bagno ... lui poteva sentirne i rumori dalla porta aperta; W.C., bidet, le mani, la lungaggine dei denti e del filo interdentale ... tornò sul divano e lui si trovò, nei suoi boxer, una cosa che prima non c'era ... la mano di lei …

Lei: "... questa mattina non vado al lavoro ... devo andare in città dal commercialista ... potresti venire con me ... non andarci al lavoro ... stiamo insieme"

Lui: "... il diavolo e l'acqua santa, eh? … e dammi ‘sta mela che gli do un morso!"

Lei: “acqua santa, tu??!”





§§

I colloqui incantati

-5-

Giornata intera in una città che si sveglia nel torpore di un qualunque giorno della settimana, a bere vino alla cantina sociale, ridere del mondo, delle disgrazie, della vita e anche di loro ... così fusi in un'unica entità.

Terza cena insieme. E con questa superarono la metà di quanto gli era stato concesso da quell’ardito programma: gli rimasero solo due giorni.

Lui: “vedi? arriverà in un attimo ... eppure ne parliamo da mesi ... lo rifaremo, te lo giuro ..."

Lei: "... davvero? ... non si direbbe ... che tu lo voglia davvero, voglio dire"

Lui: "... non si direbbe? ... perché?"

Lei: "... sembri triste, pensieroso, preoccupato ... non ti lasci andare ... sembra che ti manchi qualcosa"

Lui: "... guarda che ti sbagli ... non è così ... magari solo qualche pensiero che, forse, mi ha disturbato un po' ... ma ci sei solo tu nella mia mente, te lo giuro ... oggi non ho pensato minimamente a casa ... e non so se è una cosa bella ... non c'è solo mia moglie, intendo ..."

Lei: "... certo ... ti capisco ... sei pentito di averlo fatto? ... per me è importante capirlo ... il sesso non conta, non c'è bisogno di vivere insieme per farlo ... è tutto il resto che ci cambia intorno che conta ..."

Lui: "... io sono felice con te, sei la donna che avrei sempre voluto e in questi giorni sono esattamente dove vorrei essere e sto facendo esattamente quello che ho sempre desiderato di fare accanto alla donna che ho sempre desiderato... non posso essere pentito di questo. Vorrei che fosse per sempre ... solo tu ed io ..."

(affermazione da non fare: primo errore)

Lui: "... e tu, piuttosto ... sei felice con me? ..."

(domanda da non fare: secondo errore)

Lei: "... si ... ovviamente, si ... solo ... mi sembra che mi manchi com’eri prima ... sembri un po' diverso da che sei qui … insomma ... ma è sicuramente una stupida impressione ... … hey ... sono felice con te ... non metterlo mai in dubbio ... anch'io ti vorrei solo per me ... ma non ho imparato ad accettare la situazione ... e forse è per questo che mi sembra tutto così strano ... poterti avere qui, all'improvviso, condividere le mie cose, il mio bagno, il mio letto con te ... insomma ... tutto ... devo abituarmici ... è parecchio tempo che vivo sola ..."

Lui: "... hai la sindrome del giorno dopo ... eppure l'abbiamo già fatto, i nostri non sono rapporti occasionali ..."

Lei: "... cosa hai detto??! ... ma io non sto pensando a quello ...  il sesso non c’entra ... mi piace con te ... non ti capisco ..."

Lui: "... hai ragione ... non volevo ... scusa ..."

Lei: "... hai di nuovo chiesto scusa ... riesci ad essere te stesso per una volta??! ..."





§§

I COLLOQUI INCANTATI

-6-

Terza notte insieme. Non dormirono ... era il loro modo per conoscersi meglio ... l’indomani erano due stracci.

Quarta cena insieme, a casa. Cucinò lei. Comprò anche il dolce …e ultima notte insieme; l’indomani l’avrebbe lasciata per non tornare la sera. Quel weekend non spettava più a lei.

Tra i piatti vuoti, le briciole sulla tovaglia, le loro mani abbracciate strette ed il loro ostinato silenzio, come se ognuno fosse rientrato dentro se stesso, veleggiava come fumo una profonda tristezza e la triste consapevolezza che entrambi, da domani, sarebbero tornati alla vita di sempre, lei senza quel simpatico rompiscatole impacciato sempre in bagno quando a lei scappava la pipì, senza i suoi mozziconi di sigaretta nel portacenere del terrazzo, senza il suo profumo sul cuscino (ma durò ancora per qualche giorno), senza una tovaglia apparecchiata per due al posto delle sue cene in piedi alla finestra, magari aspettando che il sole sparisse nello stesso rossore delle sere quando c’era lui. E, dal canto suo, lui doveva tornare a dividere un letto che sembrava non volere più, un’aria di sospetto e intransigenza che ormai gli stava sempre più stretta e cercava, per quanto possibile, di ignorare, anche se continuamente richiamato dai suoi conflitti interni: problemi evidentemente senza soluzioni.

Lui: "... la prossima settimana ci vediamo? ... dovremmo finire quel lavoretto che è rimasto in sospeso ... se vuoi ... puoi anche spedirmi i file … se ci riesci da sola …"

Lei: "... sì, sì, certo che lo voglio ... hey ... mi mancherai tantissimo ... è stato bello avere i tuoi calzini per casa ... e non lo dico solo per dire ... ti ho sentito mio davvero ... ma forse non puoi capire ... comunque ... io credo ... io ... io ti amo amore mio ... telefonami appena puoi ...".

Ma gli parlò con una nota di tristezza che divenne la promessa infranta sussurrata appena qualche giorno prima: “I will always be with you, always”…

L'amore è qualcosa di orribile, con un nome meraviglioso…



CAPITOLO 14



... ora lui sì che aveva una cosa in più, un pacco di ricordi che prima non c'erano ... ed è il ricordo di una settimana insieme, soli lei e lui, senza ulteriori separazioni ... eppure vivere quei pochi giorni come se vivessero davvero insieme, non servì a molto o, forse, servì moltissimo ... perché continuava a desiderare (più di prima) di vivere con lei ... ma questo non lo aiutò a decidere, solo a soffrire questa storia più di quanto già non la soffrisse. Non trovò il coraggio di cambiare, di dare un taglio netto all'una o l'altra situazione ... capì solo che non avrebbe potuto andare avanti ancora per tanto ... prima o poi qualcosa sarebbe accaduto ... qualcuno avrebbe scoperto ... o lei si sarebbe stancata e gli avrebbe chiesto di fare un qualcosa che non sarebbe riuscito a decidere in autonomia ... aveva tanti dubbi ... non erano decisioni semplici ... e quando la mente si scontra con il cuore, sbaglia. Aveva un intenso bisogno di lei, un morboso bisogno di lei ... della sua presenza, delle sue mani, del suo viso, della sua voce, dei suoi occhi, del suo saper ascoltare ... del suo capirlo. Voleva più tempo per loro ... voleva riprovare l'emozione di viverle accanto ... la seconda volta avrebbe potuto essere davvero utile a capire cosa cercasse ... cosa cercassero ... se fossero fatti per continuare assieme oppure se sarebbe stato meglio interrompere lì ...ma, inevitabilmente, la settimana successiva alla "scappatella" di quella precedente, stimolò in entrambi la voglia di comunicare all'esterno delle loro menti le loro emozioni: sia lui che lei scrissero poesie e racconti che non sarebbero stati capaci di scrivere fino ad allora; aprirono un blog, poi un sito, poi un accordo tra privati ... qualsiasi cosa implicasse una loro unione era più che ben accetta, praticamente dovuta. Ed ecco alcuni dei risultati poetici di entrambi: sono raccolti  in "Soul in Motion" del 2014, edito da Poeti e Poesia. Per risoluzione dei precetti sulla privacy i testi saranno trascritti in forma di colloquio, come fino ad ora, con un semplice "lei:" e "lui:". Niente nomi.



I COLLOQUI INCANTATI 7, 8




Questa telefonata fu l’idea peggiore che lui potesse avere dopo soli tre giorni che si erano dovuti salutare per tornare alle loro vite. Sentiva il mostruoso accrescimento della mancanza, che seguiva ad una situazione abbastanza usuale per loro, almeno fino a quel momento: incontrarsi, viversi, lasciarsi per rincontrarsi di nuovo non aveva mai creato quello che lui, forse entrambi, ora stava patendo.


§§

I COLLOQUI INCANTATI

-7-



Lui: "... scusa, forse non avrei dovuto chiamarti a quest'ora ... stai lavorando? è che io ... ho bisogno di sentirti ... non so ... dopo tutto quel tempo insieme mi manchi di più ... molto di più ... forse non era questo quello che volevo imparare da questa esperienza ..."

Lei: "... anch'io ho maledettamente bisogno di te ... da quando siamo tornati alle nostre vite ho sempre un vuoto nello stomaco e non faccio che pensarti ... non so ... mi hai stregata ... ma che mi hai fatto?! ... io non ero così prima di conoscerti ... chi sei veramente?! ... vorrei vederti adesso ..."

Lui: "... questa settimana ormai è mezza passata ... potremmo vederci nel weekend, forse ... domani ti dirò ... credo che mia moglie voglia andare al mare con i figli la prossima settimana e per una decina di giorni ... io dovrò lavorare, non è detto che rimanga in sede ... c'è sempre la minaccia di una trasferta al sud ... ricordi? ..."

Lei: "... se non andassi via per lavoro ... sarebbero dieci giorni tutti per noi? ... troppo bello per poter essere vero! ..."

Lui: "... lo so ... ma ... voglio parlarti di questo ... io credo che dovremmo parlare seriamente di questa cosa ... insomma ... possiamo andare avanti così e viverci solo nei residui della mia vita? ... non va bene per nessuno ... ma non voglio parlarne al telefono ..."

Lei cambiò tono.

Lei: "... e ... cosa vorresti fare ...?! ... lasciarmi?! ..."

Lui: "... ma sei matta?! ... lo sai che non potrei mai ... amore mio ... voglio trovare insieme a te una soluzione ...”

Cambiò ancora di più il suo tono.

Lei: "... pensaci allora, perché non ci sono molte soluzioni ... o lasci me ... o lasci lei ..."

Lui: "... per favore ... possiamo parlarne di persona? ... vuoi? ..."

Lei: "... ok ... quando ...?"

Lui: "... oggi è mercoledì ... possiamo vederci oggi pomeriggio ... se riesci ... un paio di orette ... dimmi di sì ..."

Lei: "... va bene ... solito posto? ... alle tre e mezza? ... ci sarò ..."

Lui avrebbe voluto avere un tasto, come quello dei vecchi lettori a cassette, per poter tornare indietro e buttare l’intera telefonata. Si disse anche “bravo coglione” per essere riuscito a far cambiare umore e tono a lei che, appena un istante prima, l’avrebbe divorato a morsi pur di prenderlo dentro di sé ed un attimo dopo era riuscito a farla diventare un funzionario dell’agenzia delle entrate allo sportello ...

§§

Esserci per esserci veramente. Lei arrivò in meno di un quarto d'ora sull'attesa di lui; lui era, come sempre, in anticipo. Non fu in tempo per fare una doccia a casa e glielo disse. Non sapeva il perché lo disse ... o forse sì ... Lei colse l'attimo, lo prese come un invito. Smise di sorseggiare il suo tè rovente (e di incazzarsi perché le danno sempre la tazza da cappuccino che è più piccola, a suo avviso, di come dovrebbe essere) ...



§§

I COLLOQUI INCANTATI

-8-



Lei: "... perché me lo dici? dovrebbe interessarmi? ..."

Lui: "... non so perché te l'ho detto ... forse per delicatezza ... non lo so ... perché, cos'hai pensato? ..."

Lei: "... io niente ... e tu? ..."

Sorrise in diagonale. Conosceva bene quell'espressione: stava scavandogli dentro alla ricerca di qualcosa che era già nelle sue mani, ma che recitava di non riuscire a trovare.

Lui: "... allora ... forse sarebbe ora di guardarci seriamente negli occhi ... per quanto mi sia possibile guardare i tuoi senza scendere con lo sguardo ... tu non vuoi sentirtelo dire ... non vuoi ammettere che tra noi possa esserci qualcosa che sia degno di essere chiamato amore ... i nostri accordi ... niente ricordi: “mai dirci ti amo” ... “mai fotografie insieme” ... “mai chiederci cosa facciamo e chi vediamo quando non siamo insieme” e quest'ultima cosa agevolerebbe solo te, dato che tu sai benissimo con chi sono, dove sono e cosa mai potrei fare ... io non altrettanto ... quello che sto cercando di dirti è che ... io ti amo. Non sono più un ragazzino, neppure più un ragazzo. Il sentimento che provo per te, malgrado te, malgrado noi, è cresciuto da sé, è maturato, ed è ora che io gli trovi un percorso da seguire ... o è meglio lasciarlo andare. Non so se mi sono spiegato ... voglio di più ... voglio la sincerità che ti manca ... voglio che tu mi dica cosa veramente provi per me.

Lei: "... perché mi parli così? ... ti ho detto che non riesco a pensare ad altro che a te ... da quei giorni insieme sono cascata in una specie di pozzo ... sto cercando anch'io di capire cosa fare per uscirne ... e non so se voglio uscirne davvero … mi manchi, sto bene solo se ci sei ... credo che sia amore ... ma forse tu non capisci il vero significato ... l'importanza di tutto questo ... per me ne ha ... parecchia ... io sono la terza incomoda ... hai provato a vedere la nostra relazione dal mio posto, dalla mia situazione? ..."

Lui: "... certo ... solo che per me è diverso ..."

Lei: "... eh no, amore mio ... per te non è diverso ... solo che a te può stare anche bene così ... fai il recitino con tua moglie, chissà che altro, ... tanto io non sono un problema ingestibile ... io non vengo a suonarti al citofono ... io non ti telefono ... io non lascio capelli, rossetto e profumo sulle tue maglie ... e se non chiami tu, nessun problema: faccio pure finta che non mi manchi e aspetto che sia tu a degnarti di chiamarmi ..."

Lui: "... mi degno di chiamarti? ... sei ingiusta ... io appena posso lo faccio ... lo sai benissimo ... e se non posso farlo mi manchi anche tu, cosa credi ..."

Lei: "... quello che sto cercando di dirti è che il problema non è un ti amo in più o in meno ... che poi ... sinceramente ... quante volte ti chiamo amore mio? ... ma tu non ci senti quando non vuoi ... comunque il problema sei tu. Adesso devi decidere. Io ti ho detto che per me poteva andare bene anche così ... ma non era vero per niente ... ho mentito prima con me stessa, poi con te, poi con noi ... non volevo rompere quell'incantesimo che c'era in quelle sere così strane, dove finalmente ti ho avuto solo per me ... ma in realtà ho mentito anche su questo, perché ho solo finto di averti per me ... sapevo benissimo che era solo una situazione momentanea ... insomma ... sono più giovane di te ... di tanto ... non ne ho mai fatto un problema ... quando siamo insieme io ho la tua età e tu la mia ... io vedo con la tua maturità e tu, lo so, cerchi di vedere il mondo con la spensieratezza che vorrei avere anch'io ... ma così la sto perdendo davvero ..."

Lui: "..."

Lei: "... e non dici niente?! Non merito una parola?! ... senti ... volevi sentirmelo dire ... bene, ti accontento anche se ... vedrai ... non ti sentirai meglio ... io ti amo! ... credevo l'avessi capito senza bisogno che te lo dicessi ... vuoi sentirtelo dire ... ok, te lo ridico ... io ti amo! ... e lo faccio con tutta me stessa ... lo faccio con il pensiero di tutti i giorni ... con il mio esserci quando vuoi vedermi ... con il mio aspettarti quando non puoi raggiungermi ... con le mie lacrime, che tu non vedi, quando ti so insieme a tua moglie che, per me, è l'altra donna ... e accettarlo non è facile, credimi ... io ti amo quando facciamo l'amore ... quando facciamo qualcosa che ti piace ... e che magari piace solo a te ... io ti amo anche solo nel prepararti il caffè ... nell'aver bisogno di te ... nel modo di vestirmi che so che ti piace, nel modo di pettinarmi e di colorarmi i capelli ... negli ultimi mesi mi hai voluta nera, bionda, castana ... io non sono solo una bambolina da vestire, giocarci e poi riporre quando non ti va più ... io ti amo, te lo dimostro continuamente ... e non ti chiedo mai di farlo anche tu ... ma ora è arrivato il momento che ci pensi sul serio e la smetti di giocare ... era questo che volevi dirmi oggi? è per questo che hai voluto vedermi? è per questo che adesso non parli? perché ho già detto tutto io? ...”

Lui: "... ..."

Lei: "... ok ... senti ... io non credo di poter continuare così, questa è la verità ... a settembre dovrò andare a Londra per qualche giorno, forse un paio di settimane ... e non farti venire lo sconforto adesso che è un po' tardi ... volevo dirti che cercherò una sistemazione ... e non lo faccio solo per andare via da te e da questa vita che mi sta facendo del male ... tu mi stai facendo del male ... lo so che non lo fai di proposito ... ma è così ... comunque lo faccio anche perché le cose sono cambiate anche per il mio lavoro ... non rende più ... e poi io non riesco ad avere una vita sociale qui ... non vedo quasi mai nessuno ... ho bisogno di amici, di movimento ... tu sei una cosa bellissima e mi gratifichi molto ... ma non mi basta più tutto questo ... so che mi mancherai ... ma dovremo farcene una ragione ... rivoglio la mia vita ... non so quando sarò pronta per andarmene, ma io voglio tornare nella mia terra, tra i miei cari,  i miei amici, i miei locali, le mie abitudini e la mia gente ... questa realtà contadina mi ha sempre angosciato ... tutto bello, per carità ... ma guardati intorno ... niente, il nulla. Voglio andare via al massimo entro la prossima primavera ..."

Lui: "... che sarà di me ... di noi? ..."

Lei: "... cosa sarebbe di te e di noi se rimanessi? ... finirebbe lo stesso, prima o poi"

Gli diede una carezza.

Lei: "... perdonami amore mio ... cerca di capire ... amore mio ... dimostrami adesso che davvero mi ami ... non dirlo soltanto ... è troppo comodo ... dimostramelo ... combatti ... prendimi a schiaffi ... ma per Dio!! ... reagisci!! Ma perché stai lì a subire tutto questo?! Convincimi, stupiscimi, lascia tua moglie e vieni via con me!!! ..."

Lui: "abbassa la voce, per favore … ma cosa vuoi che faccia? ..."

Lo guardò sconsolata, con una nota non troppo nascosta di delusione e di disprezzo.

Lei: "...vado a pagare, vai in macchina ... sulla mia, è aperta ... aspettami lì ..."

Lui salì in auto ...

Lei salì in auto e chiuse la porta.

Lo guardò in silenzio, girata verso di lui come se volesse ricominciare la discussione. Ma fu lui a parlare.

Lui: "... io ti amo davvero ... in modo più vile del tuo ... ma è amore ... vero ..."

Lei: " ... sì più vile ... forse … ti voglio credere ..."



CAPITOLI 15, 16, 17, 18

Si può morire di sete in soli tre giorni e di fame in due settimane, forse meno ... senza di lei non riuscirebbe a sopravvivere neppure un'ora. Era continuamente tormentato dal pensiero del macchinare una situazione favorevole a passare ancora qualche giorno insieme a lei, malgrado l’episodio precedente in cui avrebbe dovuto rendersi conto che l’unica soluzione, se di soluzione si può parlare, era lasciarla andare per la sua strada. Eppure gli sembrava sempre di non aver considerato tutti i rischi e le possibilità e finiva per far capitolare ogni idea che un attimo prima gli fosse sembrata buona ...

Ebbe un ricordo di quand'era bambino ... della sorella maggiore di un suo compagno delle elementari che, per scappare una giornata al mare con l'amante, uccise entrambi in un incidente d'auto.

Lui era single, lei sposata con un figlio piccolo. Sembra che avesse organizzato tutto con estrema attenzione: lasciò il bambino a sua madre con una scusa credibile (nessuno saprà mai se l'anziana signora non avesse intuito il tutto, però); il marito era all'estero per lavoro; a casa non avevano il telefono, negli anni '70 tante famiglie non l'avevano, quindi il marito telefonava previo appuntamento da una vicina una volta alla settimana ... e al diavolo le urgenze! proprio oggi deve succedere qualcosa?

Una giornata al mare, distanti dalle spiagge dai cento occhi che potessero vederli ... non una notte in un hotel a ore, non un'imboscata a fin di sesso ... tra loro c'era quell'amore che ad Anna (si chiamava così) era stato negato dalle botte del marito e che, invece, si era illusa per troppo tempo che prima o poi sarebbe arrivato ... perché in cuor suo voleva convincersi che lui sarebbe cambiato. Certo che era cambiato ... qualche giorno prima della partenza per la trasferta di lavoro all'estero, anziché salutarla, l'aveva spedita al pronto soccorso con un pugno in pieno viso, tra occhio e naso ed il suo ricordo la vedeva ancora con i capelli calati sugli occhi per coprire quel livido e quei punti sul sopracciglio ... che non sono comunque riusciti a sconfiggere la bellezza dei suoi grandi occhi verdi e dei suoi lineamenti delicati. Persino la madre di lui, che la conosceva bene, le suggerì di denunciarlo e di andarsene col bambino. Ma lei, come tante donne, preferì aspettare qualcosa che non arrivò mai e decise che quei diversivi clandestini con il suo amore (quello vero), per pochi e brevi che fossero, potessero bastarle a digerire l'amaro della sua vita ...

Lui era già scampato ad un incidente in motocicletta, che gli aveva lasciato dei ricordi non proprio piacevoli sulle gambe, braccia e viso, al tempo non era obbligatorio il casco. Fu davvero fortunato a non morire.

Ma lei aveva trasceso anche l'aspetto esteriore di quella persona ed era andata dritta al suo cuore, quel cuore che smise di battere qualche ora prima del suo e li legò inevitabilmente allo stesso destino: lo schianto, il buio. Morirono altre due persone nell'incidente, un frontale secco alle cinque del mattino, durante il viaggio di ritorno. Era una coppia che andava al lavoro nel loro bar ristorante ... regolarmente sposati ...

Un altro ricordo, più recente, vuole una conoscente morta d'infarto nell'auto dell'amante durante un rapporto sessuale in una strada di un'area boschiva ai margini della città. Lei aveva marito e due figli. Poteva immedesimarsi nel marito di lei, sospeso nel non capire se piangere il tradimento o la morte della moglie ...

Si sentiva sporco dentro. Ma i sensi di colpa non gli bastarono ad assopire il desiderio di riaverla, di stare con lei, di fianco a lei, dentro di lei; di parlare con la sua attenzione, di respirare il suo respiro, di rubarle tutti gli sguardi e bere il profumo della sua pelle; di addormentarsi sul suo seno ... convinto del fatto che se si fossero rivisti per qualche giorno, senza interruzioni, tutto si sarebbe rimesso apposto. Ma apposto, per lui, voleva dire continuare ad avere il piede dentro due scarpe e non pendere la fatidica decisione.

Fino a metà mattino aveva una trasferta programmata per il mercoledì successivo, con rientro il lunedì dopo ... anche questa rimandata a data da destinarsi.

Tempo fa si sarebbe incazzato non poco per queste situazioni di dipendenza dai programmi aziendali, tanto più che riteneva di non aver disposto di poter utilizzare al 100% la sua vita al lavoro o per il lavoro.

Aveva già avvertito a casa che sarebbe "sparito" per qualche giorno ... non disse che la trasferta era saltata ... ma che sarebbe ritornato il lunedì sera ... si poteva fare, come le altre due volte ... non ci sono stati problemi, anzi ... l'ultima volta, quando era "tornato", aveva fatto persino sesso spontaneamente con la moglie ... sembrava quasi andare meglio per qualche giorno ... ma la fantasia, almeno questa volta, non riuscì a superare la realtà ... che fece altra terra bruciata intorno al loro matrimonio.


         


 




Quella sera la doccia volle farla prima lei, per guadagnare tempo e vestirsi durante quella di lui. "Sei l'unica cosa per cui mi alzo la mattina" e, con questo pensiero, si caricò a spalle la vita e la portò con se stesso ... anche se aveva la percezione di aver preso qualcosa a qualcuno ... il suo fardello non sarebbe così pesante, per quel poco che contiene ... “come siamo sfortunati ... non possiamo vederci quando vogliamo ... e non vorrei che mi dicessi anche tu che "tra noi è bello perché è così" ... me l'hanno già detto e proprio nel momento in cui iniziavo a crederci davvero ... e chi dice che sia bello, poi?? Soffro da quando ti lascio a quando ti ritrovo e, ultimamente, anche se ci sei ... e sto per ripercorrere un vecchio errore ... nel timore di perderti so che ti perderò, prendendomi anche quest'ultima colpa.”

Ma le stava parlando sottovoce dalla doccia, più un pensiero parlato tra sé e sé. Quando aprì il box satinato dal vapore la trovò seduta sul water ...

Lui: “hai sentito, quindi”

Lei gli sorrise ... un tentativo di consolazione andato male.

Certe volte si chiedeva quale fosse il suo livello di consapevolezza circa loro due; se per caso avesse la percezione di quanto dipendesse da lei, piuttosto che da lui, questo loro strano rapporto.

Lui: “Io ti sento come se fossi la donna della mia vita ... ma, nella mia vita, tu non puoi entrare. Leggo negli occhi che un giorno mi hanno sedotto la consapevolezza che un giorno finirà, perché lo sguardo di superiorità che mi hai fatto in quel momento ha smontato ogni mia speranza. Era come per dire godiamocela fin che va’ ed è quello che vorrei riuscire a fare, se non fossi troppo impegnato a soffrirti dietro, anziché prenderti per mano e correre nei tuoi giorni alzando polvere come un uragano ... mi verranno la forza ed il coraggio per farlo quando sarai andata via anche tu. Benvenuto nella mia vita, amore mio ... l'hai detto tu. Oggi mi hai guardato come per dire di nuovo qui? ... o, almeno ... mi è sembrato ...”



CAPITOLO 19




Lui: "... mi sono sbagliato, scusa ..."

... forse riusciva a percepire la sua confusione, ma non sarebbe mai (ma nemmeno lui stesso) riuscita a capire cosa lo rendesse così triste in un momento in cui avrebbe dovuto essere felice ... lei era lì davanti ad lui appena uscito dalla doccia, messo a nudo dalla necessità di togliersi la stanchezza di una settimana di vita senza lei e di lavoro, messo a nudo nel momento della sua maggiore vulnerabilità in questa farsa ... lo guardava come se fosse un simpatico idiota ... o forse solo simpatico ... o forse solo un idiota ... e lui non sapeva più leggere nel grigio dei suoi occhi, nell’inchiostro simpatico con cui scrisse i suoi pensieri sino a quel momento... non gli sorrideva più anche con gli occhi, ed era una sua caratteristica tra quelle che amava di più ... o forse no ... è in momenti come quello che gli piombava addosso tutta la sua età e, guardandosi addosso, ne trovava conferma ... chissà se la vedeva anche lei ... questo poteva essere un valido motivo per far finire una storia malata come quella ... forse lei stava proprio per alzarsi e dirgli che si era stufata di quella relazione ... vedeva come sarebbe stato facile … vedeva come era fragile quella ... quella "cosa" che li teneva insieme … Invece se ne stava lì zitta, lo guardava e non diceva nulla e lui continuava a far finta che fosse tutto normale, nel tentativo goffo e scontato di difendere quello che lei gli aveva dato e non doverci rinunciare.

Lei: "Vuoi un asciugamano più grande? ... quello mi sembra piccolo ..."

Gli rivolse la parola come per cambiare argomento ... ma lo stava solo pensando ... non poteva leggergli nel pensiero ... avrebbe scoperto le sue paure, quelle che non poteva confessarle e quelle che non avrebbe saputo descrivere neppure a sé stesso; lei avrebbe scoperto un luogo buio e chiedendosene il perché lo avrebbe lasciato l’indomani stesso. Uscì dal bagno per risedersi su una sedia della cucina ... lui uscì avvolto nell'asciugamani piccolo ... prese l'accappatoio dal gancio dietro la porta del bagno, se lo infilò e la raggiunse in cucina ... la volta precedente gli aveva preparato il tè ... questa volta no ... era in penombra, non vedeva i suoi occhi ... i suoi occhi ... sembravano due buchi neri da cui usciva una materia sconosciuta ... gli incuteva un timore così sconosciuto e profondo, gli sembrava di non riconoscerla ... cercò di mantenere un atteggiamento disinvolto ma, alla fine, trascinò una sedia sul pavimento e si sedette proprio di fronte a lei ... fece per allungare una mano verso l'interruttore della luce, ma lei lo fermò con un no deciso, con la voce spezzata come da un’emozione, dal fiato interrotto ... lui si sforzò per mettere a fuoco il suo viso ... una leggera rotazione della sua testa permise alla luce fioca del tardo pomeriggio di inondarle le guance e gli occhi ... stava piangendo.

Lui: "Cos'hai? che succede?"

Glielo chiese col cuore in gola, come se si aspettasse la fatidica risposta ... niente ... non parlava ... provò ad abbracciarla, ma si ritrasse, si girò sulla sedia, si alzò, andò alla porta finestra chiusa ... anziché parlargli, fece appannare il vetro con il fiato e disegnò un cuore che cancellò subito dopo averlo unito ...

Lei: "tu non mi ami"

... finalmente parlò ...

Lei: "tu vuoi solo un posto in cui rifugiarti dalla vita e dalle tue paure e credi che quel posto sia qui con me ... io sono solo una ragazza in cerca di qualcosa che neppure lei conosce ... con te non è stato un tentativo, non lo è mai stato ... io ho bisogno di te, lo capisci? per quanto credi che possa starmi bene una cosa così? tu puoi avere la certezza che io non stia con nessun altro, ma io no ... io ho la certezza che quando non sei a casa con me (quella che chiami la tua "vera" casa) sei a letto con una donna che chiami moglie (e sembri scusarti dietro questa parola, come se una moglie non fosse neanche una donna) ma per me è "l'altra donna" ... mi sento tradita, nel corpo e ... qui, nel cuore ... riesci a capire come mi sento?"




Fuori, sul terrazzo, la pioggia batteva rumorosamente, a tratti rallentava orientandosi contro i vetri e rendendoli di nuovo trasparenti dagli spruzzi d’acqua e permettendo di osservare la valle con deboli fili di fumo tremolanti nell'aria, alzarsi da cataste nere di rami secchi delle potature, i “fuochi d’autunno”.



CAPITOLO 20


  
   
 L'odore acre dei fuochi nei campi nell'arsura di una estate ormai alla fine saliva lungo la dorsale della collina e, favorita dalla pioggia dei giorni precedenti, riproduceva quella nebbia che l’indomani avrebbe tagliato, più densa, per andare al lavoro. Si scontrava con la volontà del sole di rimanere appeso ancora un po' nel cielo più basso di quel periodo a metà tra estate ed autunno ... sembrava sé stesso alle prese con la sua vita di questi mesi che, piano piano, stava scrostando l'intonaco magico che la circondava rivelando i veri colori di quanto, fino a quel momento, aveva celato ... stava calando oltre un orizzonte in cui non riusciva più a vederla ... Dio ... sentiva una lama di freddo insinuarsi tra di loro ... erano sempre costretti ad allontanarsi e lasciare uno spazio troppo ampio … troppo ampio ... poteva infilarcisi in mezzo qualunque cazzo di cosa ... certo che si era messo in un bel casino ... non sapeva se la sua vita valesse ancora la pena ... era al punto di non ritorno e non sapeva neppure se quello che cercava era proprio quello ... eppure non riusciva a trovare un posto migliore in cui stare se non lì con lei ... non riusciva a trovare un fottutissimo motivo per lasciarla andare ... ma non poteva fare ancora di queste manovre ... inventare una trasferta di lavoro per stare a dormire con lei qualche notte ... giocare a fare gli sposini quando lui lo era già ... eppure gli piaceva che si prendesse cura di lui, che lo circondasse di una calda sicurezza che non sapeva descrivere neppure a se stesso ... per la prima volta nella sua vita, aveva trovato una donna che lo faceva per davvero, senza rinfacciargli continuamente un minimo sindacale fatto di malavoglia ... se solo avesse potuto cancellare i ricordi e distruggere il passato, come non fosse mai esistito ... stare lì, con lei, per sempre ... Scesero a cercare l'origine di quel fumo inciampando entrambi, e continuamente, nei pensieri di lui; non riusciva ad alzare lo sguardo per arrivare ai suoi occhi, manco l’avrebbe aiutata a chiedergli qualcosa per cui lui non sarebbe stato in grado di trovare una plausibile risposta ... aveva, ormai, paura di lei, di ciò che poteva pensare e delle sue decisioni.



§§

I COLLOQUI INCANTATI

-9-



Lui, melanconico: "mi manca un po' la pioggia dell'altra settimana, sai? ... mi piace camminare sotto l'ombrello con te quando è sera: c'è un'intimità che per strada non ti puoi permettere, normalmente ... ma perché non parli?"

Lei, seccata: "perché, invece, non smetti tu per un attimo di parlare? stai riempiendo a sforzo questi spazi vuoti ... ti sei reso conto di quanto sia banale quello che dici? si capisce lontano un miglio che stai pensando ad altro ... non sei obbligato a riempire tutti i buchi, non te l’ha chiesto nessuno …"

Lui: "... sapessi quanto poco banale è invece quello che sto pensando ... non mi parleresti con quel tono ..."

Lei: "sì, scusami ... è che sento davvero il peso di questa situazione e poi ... ... "

Lui: "e poi?"

Lei: "e poi volevo che sapessi una cosa ... ... ricordi quella sera di aprile? ... quella in cui Emma rimase a dormire da me dopo lo Studio?"

Lui: "... beh, mica si è fermata una volta sola ... no che non me la ricordo ... comunque?"

Lei: " ... io e lei ... insomma … abbiamo fatto sesso ... o qualcosa del genere"

Lui: "ma sei matta? … ma che stai dicendo? ... è una scusa per lasciarmi?"

Lei:" ... no ... credo di amarti ... ma ... sono confusa ... non so perché l'ho fatto ... non credo che succederà più, penso che anche lei pensi come me che non debba più succedere ... ho voluto dirtelo ... non cambia niente tra noi ... è che avresti potuto cogliere uno sguardo o una mezza parola e trarne delle conclusioni sbagliate ... non vorrei dirtelo ... insomma ... forse è arrivato il momento anche per me ... io ti amo ... sì, ne sono certa ... ora ... non lasciare mai che qualcosa ci divida ... resta con me ... viviamo questa esperienza fino all'ultimo dei giorni che ci ha concesso ... senza le ombre del passato, del futuro ... viviamo perché io sono io, tu sei tu e noi siamo qualcosa e non c'è nessun altra cosa se non questo noi ... dimmi che lo vuoi anche tu ... non parliamo più di lasciarci … non ti chiederò più di lasciare tua moglie … promesso …"

Lui: "..."

Era stanco di combattere con il nodo alla gola, contro sé stesso e contro un Dio che non gli lasciava tregua ... era sempre sotto tiro. Il venerdì dopo l’avrebbe lasciata ancora una volta e ogni volta era più difficile ripartire ... l'odore acre dei fuochi di stoppie continuava a salire lungo la tovaglia della loro cena senza più tenerezza né sorrisi da versarsi nei bicchieri.

Lei: "sei stanco? andiamo a letto ..."

Lui: "sì, andiamo".

Non dormirono entrambi, non si sfiorarono neppure per sbaglio.



§§

I COLLOQUI INCANTATI

-10-




Lui: “non dovresti stare al sole così, però ... sei troppo chiara”

... non capiva se stesse dormendo ... sotto al largo cappello di paglia che aveva sul viso non batteva ciglio ... non parlava ... se fosse stata sveglia, si sarebbe accorta della sua presenza?

Lui: "una trasferta di tre o quattro giorni, non di più ... però sai com'è ... può darsi una settimana ... faccio di tutto per finire per sabato, in modo da essere qui domenica ..."

Parole che risuonavano nella sua mente, solo la sua voce, nessuna risposta

Lui: “ora mi alzo e vado a versarmi da bere” ... "hai sete?"

... non rispose ...

Lui: “allora dormi?”

... ma sì, è stanca anche lei.

Lui: “Questa sera vorrei rimanere in casa, ordiniamo due pizze e una birra gigante, poi ci sbronziamo di sesso e TV e dormiamo su questo terrazzo ... stavo cercando sul web ... vedi? ci sarà la luna piena ... amo stare qui con te di notte, svegliarmi con te, anche alzarmi da solo e lasciarti nel letto a dormire; amo il tuo alito al mattino e mi chiedo come fai a non averlo mai pesante, anzi ... sai di vento ... il profumo dei tuoi capelli e della tua pelle la sera all'aperto, il tuo Opium ...”

La sua voce ... le sue parole stropicciate e clandestine, le sue dita lunghe e fruscianti come foglie di eucalipto ... odio l'estate, ma amo lei ... e se lo faceva bastare ... stava pensando e ripensando, ma lei non lo stava ascoltando. Quella mattina, mentre andava al lavoro, ebbe la percezione di aver scordato qualcosa, ma riuscì solo a ricordare di non averla baciata quando uscì dalla stanza. Dormiva, non era una dimenticanza ... una cosa banale, una forma di rispetto nei suoi confronti che, però, gli è costata fatica. Ma non era questo. Gli venne poi in mente con un brivido di gelo: la sera prima aveva scordato di telefonare alla moglie. Non l'ha fatto neppure lei. Avrà mangiato la foglia? E adesso? Poteva dirle di essere sul letto in albergo, dopo la doccia, e di essersi addormentato ... sì, le dirà così ... e se ha controllato e ha visto che l'auto non era lì davanti all'ufficio? ... gli tremavano le mani ... perché? Perché si agitava così? Solo la sera prima avrebbe voluto dare un calcio a tutto, si sentiva forte con lei, non pensava ad altro che a quanto stessero bene insieme, a quanta intesa ci fosse tra loro due, pur essendo solo amanti ... (solo) amanti ... amanti ... solo ... ... la mattina, invece, nella solitudine dell'auto e dei suoi pensieri è emerso ciò che realmente era la sua vita ... per un istante uscì da quella fiaba, da quell'incantesimo che si rigenerava quando erano insieme e si dissolveva sempre più in fretta quando si separavano ... confessò a se stesso che non era più come i primi giorni, quelli in cui non vedeva l'ora di tornare da lei dopo il lavoro a passare il suo tempo giocando a fingere che fosse lei la sua donna ... in effetti lei lo era eccome, ma ora ne aveva paura e … trovò il vecchio desiderio di tornare a casa e mettere fine a tutto e lo mise via per dopo ... gli sarebbe servito e lo percepiva già da tempo. Fingere che lei non fosse mai esistita ... ma sapeva che, un istante dopo, le sarebbe mancata come l'aria e sarebbe soffocato in totale assenza di lei; lei non amava i compromessi, o si era dentro o si era fuori ... eppure entrambi esistevano solo in un compromesso ... lei ne prenderà coscienza e vorrà lasciarlo ... piantarlo in asso ... non cambierà molto, per lui ... l'auto farà un altro tragitto, avrà comunque un andare e tornare dal lavoro, un luogo da abitare ed una donna da cui farsi aspettare ... o da aspettare ... lei non era solo questo ... non era solo questo.

Si girò sulla sedia sdraio, scostò il cappello bianco, diresse lo sguardo verso di lui, lo salutò col ghiaccio nel bicchiere appannato, gli sorrise, si asciugò una sola goccia di sudore sul collo con un dito, gli mandò un bacio silenzioso ...

Lei: "ho dormito" ... "accidenti, sono tutta rossa ... ma guardami!"

Si alzò in piedi, le guardò le natiche rigate dalla trama del telo su cui era sdraiata ... sembrava un Ringo fragola e panna ... aveva voglia di mangiarla ... rifletté sul fatto l'essere umano non superi mai completamente la fase orale ... anche altre ... con lei le riscoprì tutte ... con lei riscoprì la parte inconscia di sé stesso ... c'è gente che paga training autogeni per non arrivare dove arrivò lui ... con lei si sentiva forte, ma aveva bisogno di lei e questa era dipendenza ... e lo urtava. Era orgoglioso di averla affianco ... lei era alta, bella, non un velo di cellulite, forse poco seno, ma aveva un sedere scolpito nel marmo di Carrara ... lui riconosceva di non essere bello, la bellezza di lei era sproporzionata nei confronti della sua ... con la sua pelle chiara dava l'effetto delle chiese greche: accentuava il blu del cielo ... andò verso di lui ...

Lei: "vado a fare una doccia ... ... vieni anche tu ..."

non era una domanda, era un ordine ...

Lui: “obbedisco”.

Entrò nel bagno per prima, agganciò il telo di spugna con la punta delle dita e lo stese sullo sgabello vicino alla doccia ...

Lei: "mi apri il ... il ... come si dice bra?"

Lui: "reggiseno"

Lei: "sì, reggiseno... ... allora? ... lo apri?"

Sciolse il nodo che lei fece per accorciare le spalline e sganciò la chiusura ... nei costumi non riusciva a sfoderare la sua bravura ad aprirli con sole due dita, gli ci andavano due mani ... glielo lasciò appeso alle spalle ... lei rimase così per qualche istante, come se aspettasse che fosse lui a togliertelo ... allora lo fece, e nel migliore dei modi ... le prese le spalle da dietro con entrambe le mani ... facendo scorrere le spalline del reggiseno all'esterno, lentamente, fino a farle rimanere appese agli avambracci ... passò le mani sotto le ascelle e le fermò sui seni ... la girò verso di sé. La baciò, lasciò scendere le mani lungo i fianchi, le sfilò gli slip e li lasciò cadere sui piedi. Lei gli mise una mano sul viso, come per fermarlo ...

Lei: "la doccia, prima ... eh? ... meglio ... ... il tuo telefono ... vai a rispondere ..."

Lui guardò l'ora ... le 17,15 ... troppo presto ... se fosse stata sua moglie, meglio non rispondere ... e se avesse bisogno di qualcosa ... di lui? ... e se le fosse successo qualcosa?... perché dovrebbe preoccuparsi? Era lì, a casa della sua amante, che aspettava che uscisse dalla doccia per fare l'amore e si preoccupava per cosa mai stesse facendo sua moglie? ... perché non riusciva mai a rispondersi a questa domanda? E se fosse per la sera prima? ... se solo non si fosse scordato di telefonarle ... era molto preso...

Lui: "...pronto? ... ciao ... dove vuoi che sia, al lavoro ... magari ... in trasferta si lavora di più ... no, non so ancora se ce la faccio a tornare per venerdì ... come al solito ... parti per fare una cosa e ne trovi altre due ... tu? ... tutto bene, intendo? ... non ho capito (disse, ma aveva capito benissimo), dov'è che vai? ... e con chi? ... e certo ... ma fallo anche dormire con te ... hai il letto libero tutta la settimana, no? ... no, no ... non voglio discutere ... comunque ultimamente dimostri un interesse nei miei confronti che, volendo, potrei davvero credere che ti stai facendo fare da qualcun altro ... (ricordando che la miglior difesa è l’attacco) ieri sera dov'eri? io ero schiantato sul letto in albergo e dopo la doccia mi sono addormentato e mi sono svegliato solo stamattina ... non ho neppure cenato ... e tu? ... perché non mi hai telefonato? ... è così che ti manco? ... ah! adesso sono io che devo farmi perdonare qualcosa? beh, guarda ... io non ho nessun senso di colpa per nessuna cosa ... e non alzare la voce ... ah sì? e allora fai una cosa ben fatta: andate al diavolo tu, lui e il giorno merdoso in cui ti ho conosciuta ... non telefonarmi più ... vaffanculo."

Lo sguardo di lei gli fece una radiografia all'anima; era in piedi ferma sulla soglia della cucina ... nuda, sì, ma molto meno della coscienza di lui in quel momento ... si stava asciugando i capelli con un asciugamano da bidet ... lui aspettò lo sviluppo della lastra e l'esito fu nella frase di lei che seguì al suo sguardo ...



§§

I COLLOQUI INCANTATI

-11-





Lei: "lasciala, adesso. rimani qui con me, lei non ti merita ... e se non lo fai tu, la chiamo io, non m’importa se ti ho promesso di non chiedertelo più. Lasciala. Adesso … guarda non sto scherzando"

Lui: "ci sono i bambini da sistemare, prima ... non è così semplice ..."

Lei: "portali qui con noi ..."

Lui: "ma sei matta? ... non ti ci mettere anche tu ... lo sai come funziona ... e poi c'è la scuola, le persone che gli sono care ... non hai mai avuto figli, non puoi sapere ..."

Lei: "cosa? non prendertela con me, adesso ... non ho bisogno di scuole io, sarei un’ottima mamma, forse anche meglio di una certa madre naturale"

Lei si girò di scatto ... la sua bella schiena e le natiche danzanti ... si muoveva indispettita verso il bagno ... era rimasto solo ... solo dentro ... e non c'era affatto il silenzio che sperava di trovare ... solo un rumore assordante, come di gesso che stride sulla lavagna ... dove avrebbe potuto andare? cosa fare? la seguì nel bagno e, per un attimo, ebbe persino paura di non trovarla, come se si fosse volatilizzata nel nulla ... invece c’era, eccome ... l’abbracciò ... le chiese scusa ... lei si lasciò abbracciare, ma non le rese il favore e lui capì che si era rotto più di qualcosa nell'istante in cui aveva chiuso la telefonata con sua moglie. La sua rispostaccia è stata un pretesto, lei aveva già deciso.

Lei: " ... senti … è meglio se prendi le tue cose e torni a casa tua, allora ... qui non c'è più posto per un fuggiasco ... io non ti ho offerto asilo per scappare dalla tua guerra ... non mi riguarda e non ho stretto nessun patto con te in questo senso ... io ti amo, mi fa piacere averti qui con me e mi fa ancora più piacere pensare che ne faccia a te ... ma non giocare a fare il rifugiato con me. Forse è meglio se ci prendiamo un po' di tempo per pensare ... prima che si sgualcisca tutto e non si possa più rammendare ... dammi retta, torna a casa tua ... abbiamo giocato abbastanza ..."

Lui: “... avevo voglia di chiederti di fare ancora una volta l'amore, invece ti chiedo di aspettare domani ... di lasciarmi passare la notte qui ... potrei dormire sul divano ..."

Lei: ” ... e perché? cos'è questa novità? tu dormi con me. chiuso"

Lui: " ... io ti amo ... "

Lei: ” ... non so …”



CAPITOLI 21, 22


Lui guardava i palazzi abbracciare il buio del cielo. E le luci che sono sempre accese. Non dormono mai nemmeno loro. Ed ogni tanto vedeva passare qualcuno. Era talmente notte che era quasi mattino. Chi si alzava presto per andare al lavoro, chi rientrava tardi perché domani ... era già domani! Chi andava altrove. Tempo fa rimaneva chiuso in macchina sotto casa sua e non voleva scendere. Non voleva. Oppure non ci riusciva. Aspettava la luce del giorno, per uscire dall'ombra. Poi tornava nell'ombra, per non vedere la luce del giorno. Succedeva così. Guardava quella stanza. Le foto, i segni tangibili di una vita intensa dove non si era risparmiato mai niente. Niente. E forse tutto avrebbe rifatto. Eppure si sentiva un estraneo lì. Anche se si fosse guardato in giro tutto avrebbe parlato di lui. Di loro. Tutto. La vecchia scrivania era imbrattata di tantissime scritte sbiadite. Una personalissima protesta contro tutti ma soprattutto contro sé stesso. Doveva decidersi a riprendersi le foto. Tutte. Avrebbe voluto riporle in una scatola da scarpe. Marrone. Le osservava. Quanta vita. Quanta. In una sorrideva che sembrava davvero felice, dietro di lui qualcuno con una parrucca argentata lo abbracciava e cacciava fuori la lingua ... se la ricordava quella foto. In una altra era fermo nel bel mezzo di una strada deserta ... Un'ombra si proiettava sui suoi piedi. Una strada asfaltata. Un suv nero ... un tramonto ... un autoscatto e quattro persone che alzavano le mani in cielo e sorridevano … che bella foto che era quella ... che colori. In quell'altra si girava di spalle. “Click”. Un concerto ... una birra in mano. Karling (lei diceva che le piaceva solo quella, ma beveva la mia). Che concerto. Il "loro" concerto. Quella sera erano stati davvero intimi ... applausi … per loro due ... chi l'avrebbe detto ... una folla davvero felice di trovarsi su di un altro pianeta. C'era anche un ritratto. I tratti della matita erano rimasti intatti. Lei era ritratta con lo sguardo serio ... perché in quel periodo non c'era più niente da ridere. Ed è in momenti come questo che diceva a sé stesso che lei le mancava. Quel giorno, ne era sicuro, una parte di lui se n'era andata. Per non tornare più ...

Lui: "Ho fatto la spesa, ieri. Ho comprato il caffè in una casa dove non si beve caffè (sacrilegio). Certe volte dico a me stesso che vorrei riposarmi anche io. Ieri notte son rimasto quasi sempre in piedi. Camminavo. Avanti e indietro. Aspettavo, ascoltavo. Ero forse in collera più con me stesso. Ora invece ho le gambe incrociate. I piedi sono sempre scalzi. E indosso la felpa azzurra ... quella che mi hai regalato tu e ti eri portata via in un tuo viaggio ... mica per ricordo, l'avevi semplicemente addosso quando sei partita ... oppure no. E mi accorgo che forse è quasi mattino. No, anzi, è mattino. Diverso dai mattini che vidi nascere con te ... Sceglierò ad ogni modo, nel bene e nel male, di essere sempre me stesso. Sempre. Me l'hai chiesto tu.  Mi tengo in mano le parole dette tra gli occhi di due persone che, secondo me, fanno bene ad essere sincere l'uno con l'altra ... perché alla fine la sincerità paga sempre. E soprattutto perché questa vita, ne sono certo, non ha ancora finto di stupirmi. Lo so. Spero soltanto che mi faccia soffrire il meno possibile ... ma se prima o poi si tratterà di soffrire (già mi è capitato) ... cercherò di farmi trovare pronto. Ma ... non adesso, no. Non adesso. In questo nuovo giorno, io non so se darò voce alle mie parole, alle mie sensazioni. A ciò che ogni giorno ti vorrei dire. Non lo so. Diciamo che da qui a quando pienamente la città si sveglierà del tutto ... ci penserò ancora un altro po' ... anche se ... Ma intanto non tarderò ad uscire, perché in settimana esco sempre presto e anche se “qui è un posto diverso” non intendo cambiare le mie abitudini. Mi laverò la faccia con l'acqua fredda, mi laverò i denti ... perché oggi mi va così ... ed uscirò mentre il respiro rimane ancora regolare. Andrò "al Pozzo" a fare colazione. E se non troverò te ad aspettarmi, troverò un posto per l'auto e camminerò sul viale della Pieve. Poi per il resto: vedrò.

Riflettendoci:

Molti posti sono stati “casa” per me. Molti. Ed ora mi capita di guardare i tuoi occhi e di sentirmi a casa per davvero. Un posto caldo e accogliente, che profuma delle nostre cose. Dei sorrisi sinceri che sanno di un forte abbraccio dopo un lungo viaggio. Due volti che si uniscono nel silenzio di un momento. Del buon vino, del cibo caldo o dei tuoi meravigliosi brownies. Due felpe quasi uguali. Un po' di musica dell'anima, per l'anima. Lenzuola bianche e piedi scalzi. Intrecciati. E poi la vedo li. È appesa proprio li. Siamo io e te, dietro c'è il castello ... Ti abbraccio, tu sorridi, io sorrido al tuo sorriso. Ed io che ho camminato tanto, sento che ogni singolo passo fatto è stato un passo verso te. Cercandoti nei mille tramonti che ho visto, nelle stelle che ho toccato, nei volti di chi ho conosciuto. Mi domando adesso se davvero, da lontano, è quella la “casa” che mi aspettava ... oppure era solo un gioco di ombre colorate ... in questo devastante silenzio".



CAPITOLO 23





Lui: "... rendimi anche solo la possibilità di crederci ancora ..."

... giocavano a rincorrere l'orizzonte che si allontanava nel tramonto; lei pestava la sua ombra per tenerlo vicino e lui rimaneva indietro ad osservarla nella sua interezza, con qualche passo a debito per non dimenticare ... lui pensava a quel momento, lei era già lontana. Non c'era proporzione tra l'ansia di lui, nella consapevolezza che non fosse completamente sua, e la curiosa felicità di vivere di lei ... lei dilatava il loro tempo e lui lo contraeva ... generavano un'onda che travolgeva tutto, li portava a galla sbattendoli sulla riva della vita per poi travolgerli di nuovo, coprirli e restituirli al mare aperto, lontani da ogni porto sicuro ... quante volte erano naufragati, quante volte si erano arenati ... quante volte, sfiniti, si erano salvati ...

"Forse siamo già alla deriva", lui diceva privo d'incanto ... ma lei non hai mai accettato di rinunciare a crederci fino in fondo ... aveva ragione lui, comunque ... anche se le colpe arrivavano anche ai piedi di lei come il mare sulla battigia ... lei rispondeva "hai fatto in modo che succedesse quello che temevi" ... gli parlava controvento, in una lingua che non volle comprendere e, confuso nella silhouette oscura che si proiettava tra lui e la sua vita, c'era ancora lei ...

... vagava tra i pensieri ... le luci delle poche auto sembravano passargli attraverso e svanivano nel buio della strada ... ogni tanto la sua voce, qualche domanda, il rumore dei suoi passi, un colpo di tosse ... si fermò ... " ... mi dai un bacio? ..." ... si fermò anche lui, glielo diede ... ma non riuscì a trovare una sola parola da dire ... sembrava che, ormai, le uniche parole da dire fossero quelle che si erano proibiti... loro non esistevano ... erano dei morti che camminavano, che mangiavano, bevevano ... dei morti che si amavano, si baciavano, si accarezzavano e facevano l'amore ma, un istante dopo, si dissolvevano nella realtà, senza lasciare traccia ...

... e il vento deviava la luce gialla dei lampioni, deviava i suoi capelli ed i suoi sguardi ...

Ed aspettarono che fosse tardi, senza riuscire a viversi veramente...



CAPITOLO 24


Mesi dopo, e più del solito, avvertì il bisogno di qualcosa di dolce ... ma, più di tutto, di lei ... lo zucchero non la sostituiva per niente ... uscendo dalla pasticceria all'angolo, sentì lo sguardo della cassiera accompagnargli la schiena ... chissà cos'ha immaginato ... sì sarà chiesta perché non fosse con lui ... non era mai entrato lì senza lei ... doveva avercelo scritto in faccia che gli mancava in un modo incomprensibile ... e più cercava di far tacere i ricordi e più ogni cosa che lo circondava urlava il suo nome in una storia ... lui e la sfoglia alla Nutella ... grande! ... manco gli piaceva la Nutella, non sapeva perché scelse quella ... anzi, si ... piaceva a lei ... non poteva farsi piacere qualcosa di irreperibile? lungo il viale ... lui e la sfoglia ... intatta nel suo sacchetto bianco, come se dovesse portarla a lei ... la panchina di cemento vuota ... la sentiva chiedergli perché fosse così piccola e l'unica risposta che gli piaceva darle (le piaceva sentire) “per starti più vicino” ... la sfoglia ... gli diede un morso ... alla fine non avrebbe per nulla protestato se a morderla fosse stato lui ... avrebbe avuto un certo che di intimo ... le sue labbra sul suo morso era un bacio virtuale ... mai un dolce da sola ... aveva sempre condiviso tutto con lui ... 'we need to share everything' ... ne andava fiera, anche nel male ... avrebbe voluto ... era davvero autunno ... lei amava l'autunno in Italia per le foglie secche ... diceva che da lei le foglie a terra non erano 'croccanti' come qui, erano sempre bagnate dalla pioggia ... era tenero il suo modo di esprimersi ... qualunque parola dicesse era il pretesto per darle un bacio e spalmarle le guance di tenerezza ... forse la lasciò troppo poco senza, troppo poco perché potesse capire se mai le sarebbero mancati ... forse non sarebbe andata via sapendo di non poterci rinunciare ... avrebbe voluto che se li portasse via tutti ... ma voleva anche che gliene lasciasse ovunque dei suoi ... “I take them with me, I'll give you them when I come back” (li porto con me, sarò io a darteli quando tornerò) ... e ritornò ... come a febbraio di quattro anni dopo... era emersa dalla nebbia, una sagoma chiarissima nel suo cappotto bianco, come fosse parte di lei ... erano davvero lacrime quelle che gli lasciò sul viso ... non poteva sbagliarsi, avevano il colore dei suoi occhi ... la folla di baci che non li lasciò parlare ... le mani che scappavano veloci per non lasciarsi catturare ... il suo profumo che penetrava ovunque in lui ... ancora Opium ... avrebbe dovuto farsi la barba, era tutta striata di rosso e col trucco sceso ... in un attimo l'ombra della sera, eravaMo le lancette dell'orologio in cui vivevano quel momento, non potevano fermarsi, non ancora, non allora ... come le lancette tornano a passare dove già sono passate, così sapeva che anche lei sarebbe tornata ... non sapeva né quando e neppure perché ...



CAPITOLO 25




Benché, o prima o poi, ci tocchi almeno di tentare di buttare giù le macerie che rimangono e costruirci su qualcosa di nuovo, lui non riuscì più a ricostruire nulla. Il terreno che prima sorreggeva tutto il suo mondo ora era soffice, inconsistente: non reggeva neppure i suoi passi. Era ormai stanco di portare secchi e secchi di cemento rapido che, regolarmente, affondava nella terra prima di indurire. Si guardava allo specchio, anzi no. Si guardava dentro, luogo in cui le visioni erano ancora esplicite e portavano ancora la bellezza ed il calore di qualche anno prima. Si rendeva conto che erano fuochi fatui, con la loro cadenza nell'apparire e scomparire e non donavano che un commiserevole tepore. Ma tutta la vita, al più, è commiserevole torpore di esistere: così aspettava che finisse il petrolio di questa lampada appesa sui suoi giorni, troppo annerita affinché ne filtrasse ancora la luce, e se ne vedesse il combustibile rimasto: era, comunque, troppo alta per essere raggiunta. Forse, se è vero che abbiamo un solo scopo in questa esistenza, l’amore che gli è stato affidato perché lo distribuisse era terminato. Forse atterrava solo allora sul pianeta la cui terra lo avrebbe nascosto agli altri esistenti. Forse il suo continuo soffrire non era che l’effetto di questo “tirarsi di sotto” che avviene alla fine della vita e a cui opponeva ancora una misera resistenza. La vita è una malattia della quale si muore. Lui l’aveva imparato stando con lei. Prima che lei cambiasse in  lui il suo modo di pensare alla vita, all'amore, a sé stesso e alla musica, fu molto toccato dalla natura, dalla notte, dal vento, dalla neve, dalla pioggia, dai colori del tramonto, dalla sensazione di oppressione che lo precede e dall'espansione del respiro che si prova alle prime luci dell’alba, dal riflusso leggero dell’onda dell’Adriatico al mattino presto, quando c’è bassa marea e il mare è un morto di cristallo, dall'odore della salsedine, della sabbia bagnata, delle alghe che macerano al sole, dai rumori di rimbalzo nelle valli, dai latrati di cani distanti, dal fumo dei comignoli delle case, dalle foglie nei viali d’autunno … aveva visto sé stesso in ogni coppia, in ogni mano stretta in un’altra, in ogni bocca socchiusa in un bacio, in ogni labbro accostato, in ogni nuvola di fiato, in ogni movimento stizzito delle mani di una lei che vuole liberarsi da un peso. In tutto questo lui continuava a rivedere sé stesso sottoposto a dicotomia per lacerazione senza anestesia. Lui non era così forte da tenere per sé tanto dolore fisico e tutto questo dolore dell’anima. Tornava sempre meno sovente in certi luoghi che, comunque, avrebbe ormai dovuto lasciar riposare in pace: la ricerca di ciò che si è estinto, non fa altro che aumentare il senso di disagio di fronte all’impotenza nel non poter intercedere nel tempo, nel non poter ridare vita a ciò che è morto. Ed è incredibile come i luoghi mantengano sì i ricordi, ma niente di solido da toccare di nuovo, sentire di nuovo, annusare o gustare di nuovo.

Eppure la cercava. Aveva deciso che gli sarebbe mancata nel momento in cui aveva compreso che la sua vita era solo più un contenitore per la sua assenza. Aveva un’ultima immagine del giorno prima della sua partenza: passeggiava per le stanze vuote, mentre lei saliva e scendeva la scala esterna con le ultime scatole e gli chiedeva “ma che fai lì dentro!? Me la dai una mano!?”

… darle una mano ad ucciderlo??! Stava, invece, lì dentro al vuoto buio, trascinando i piedi per alzare volutamente la polvere e stupendosi poi che ce ne fosse così tanta nascosta dietro le sue cose; si era chiesto quanta di quella polvere, di quei micro organuli svolazzanti fossero parte anche della sua presenza lì. Quanto amore sarebbe potuto uscire dai loro corpi per mischiarsi in questa danza di schegge luminosissime e volteggiare per sempre in quelle stanze? E quanto sarebbe durato questo per sempre? Sarebbero stati i fantasmi di un qualcosa che è accaduto, taciuto, falsamente dimenticato, silenziosamente sofferto o giocato, ma che rappresentava loro, lei, lui. Guardava giù dalla scala la sua figura muoversi intorno ad un furgone, parcheggiato come parcheggiava il suo suv solo qualche giorno prima che lo portasse al carrozziere in conto vendita. Gli chiese se lo voleva, ma il suo nome sul libretto avrebbe richiesto troppe spiegazioni. È questa, forse, la vera infelicità che li ha accompagnati: non potersi raccontare, non poter far altro che lasciare che tutto macerasse dentro il cuore, emettendo gas tossici che, prima o poi, avrebbero finito per intossicare ed uccidere ciò che restava.

Il furgone che ripartiva con un cenno di saluto, lei che chiudeva il cancello senza più mettere il catenaccio, proiettando un’ombra diagonale indefinita lungo il tramonto, il tempo correva, correva, non lo lasciava respirare, non gli avrebbe più permesso di raggiungerla. Gli chiese di accompagnarla al B&B. Lì gli disse che aveva da fare una doccia, che era piena di polvere, stanca, e che avrebbe cenato e si sarebbe messa a letto, dopo aver telefonato al fratello. Di tutte le cose che gli disse capì quella che, invece, non disse affatto, la più ovvia: doveva andarsene. Con la promessa che si sarebbero visti al solito bar nel pomeriggio dopo e che alle 15 l’avrebbe trovata lì. Lui manteneva i patti, non le chiese come ci sarebbe arrivata da dove l'aveva lasciata ... ma ne sarebbe valsa la pena saperlo? Avrebbe cambiato qualcosa?

Nel tragitto in auto verso casa, ed anche dopo, non fece che immaginarla a letto con qualcuno: e non gli era mai successo. Così percepì la bassezza in cui stava sprofondando quel sogno di fango che avrebbe voluto esibire al mondo come un bene prezioso e che, forse, non lo era più. Il pomeriggio successivo la trovò lì che lo aspettava ... al telefono, come al solito. Colse i saluti alla fine della sua telefonata in italiano, non erano teneri, ma certo neppure di addio. Con lui ebbe un altro tono: “prendiamo qualcosa? O ci togliamo da qui? Vuoi fare qualcosa, vuoi …” quel “vuoi fare qualcosa” sapeva di una prostituta che, salita in auto, ti chiede cosa vuoi fare, senza rinunciare a farti capire che, comunque, devi spicciarti a decidere. Si sentì offeso, a disagio, non trovava quasi il coraggio di alzare gli occhi verso i suoi. Non voleva fare sesso con lei, fosse anche per l’ultima volta: gli sarebbero bastati pochi baci e poche carezze sui capelli, che gli tenesse ancora le mani e gli parlasse ma, più di tutto, che gli assicurasse che sarebbe tornata presto.

L’aveva fatto un sacco di volte ed ogni volta percepiva la certezza del suo ritorno che adesso, invece, era venuta meno ... lei andava via per sempre. Prese un caffè, poi un pacchetto di gomme alla menta e lei un succo dicendo “non ho neppure mangiato oggi, ma non ho fame. E tu? Vuoi qualcosa?” le rispose che andava bene così. Lei si alzò a pagare e lui la lasciò fare, gli piaceva vedere la sua camminata elegante verso la cassa e il suo armeggiare nelle borse gigantesche che portava con sé: sembrava ci stesse tutta la sua vita. Aveva un doppione di tutto, meno che delle chiavi di casa ... avrebbe dovuto, visto che le dimenticava dappertutto. Ma ora non sarebbe più servito e lui aveva ancora le sue copie. Salirono in auto.

Lui: “Devi fare qualche commissione? Se vuoi approfittane ...”.

Lei: “Voglio che mi porti a stare sola con te, in un bel posto, dove si possa vedere un bel panorama, come mi piace a me …”

Era così dolce quella frase sbagliata, quel “come mi piace a me”, che non gliela fece mai notare, gliela lasciò dire sorridendo. La portò poco più avanti, in un luogo in cui il pomeriggio, durante la settimana, non c’è mai nessuno. Si ripeteva di non lasciare andare lacrime a sproposito e pianse, lo pregò di non farla piangere e la fece piangere, gli ultimi baci erano salati di lacrime e tristezza.

Finiva così, dopo due ore di silenzio, col viso da sciacquare alla prima fontana per ridurre la tumefazione del pianto negli occhi, con l’orgoglio che le ha impedito di risalire in auto con lui e di girarsi a guardarlo passare, con i cuori lacerati e la fine sotto i piedi.

Lui filmò quel momento, i suoi passi, il suo giubbetto di pelle color senape, i suoi jeans blu scuri e le sue Converse grigie, i suoi capelli (di nuovo castani) sul viso …

Non aspettate che sia tardi, vivete adesso (L. Amato)


L’amore è una cosa orribile, ma ha un nome bellissimo (S. Flint)

Commenti

Post più popolari